Abitò per trent'anni nel palazzo destinato ai turisti: «La soprintendenza ci vada» «Faccio un appello alla Soprintendenza perché visiti quello storico palazzo. Io ci sono affezionato e mi spezza il cuore sapere che cambierà. Ma dovrebbe interessare anche a loro, perché lì dentro ci sono tesori di una Firenze che sta scomparendo». Massimo Misiti, 64 anni, al civico 2 di piazza San Felice ci ha abitato trent'anni. E quei grandi soffitti affrescati, le colonne, i pavimenti con il cotto antico e la scala elicoidale che a Firenze se li ricorda benissimo. E li racconta ora che la palazzina sembra destinata ad essere trasformata in una residenza extra lusso. Trent'anni fa però, quando l'Oltrarno era ancora un quartiere vivo e ambito dai fiorentini, Massimo Misiti ci viveva con la sua famiglia. E prima di lui ci avevano vissuto i suoi nonni, i Monacelli, per più di 50 anni, dal 1933 al 1987: una storia, la loro, che si è intrecciata con quella dell'Oltrarno passando per le persecuzioni, la Liberazione e l'alluvione. «Quella casa ha visto crescere la mia mamma, gli zii e aveva ospitato tante persone prima e dopo la guerra racconta Massimo Misiti Lì avevano trovato rifugio perseguitati dal fascismo, ebrei, disertori italiani e tedeschi». Per Massimo piazza San Felice è la casa dell'infanzia e dei ricordi spensierati, e nonostante in quella palazzina non entri più da circa 30 anni ne ricorda perfettamente ogni angolo, perfino il numero degli scalini che scendeva e saliva in continuazione. «Per arrivare nel nostro appartamento c'erano da fare 81 gradini, dell'altezza di una ventina di centimetri l'uno: la scala è di forma elicoidale ed è divisa in 9 rampe da 9 scalini ognuna. La discesa era un vero rodeo. Per noi ragazzi quella casa era un sogno e un mistero nello stesso tempo aggiunge Misiti Disposta su tre livelli, con grandi sale dai soffitti affrescati (probabilmente del Settecento considerata la scelta di soggetti mitologici e le decorazioni a trompe l'oeil ), con le scale per collegare i livelli e tante stanze e i pavimenti in cotto antico. Quell'appartamento di più di cento metri quadrati si prestava a corse e giochi, ma anche ad alimentare paure, quando ci si muoveva soprattutto d'inverno, da un punto all'altro. Dalle finestre della soffitta di poteva vedere Piazza Pitti e Palazzo Pitti e più in lontananza la torre di Arnolfo. Insomma una meraviglia». Come è una meraviglia tutto ciò che è contenuto al suo interno e che molti ignorano: le colonne, la fioriera in pietra serena posta a pian terreno subito dopo il piccolo corridoio che collega l'ingresso principale con gli appartamenti e l'antica farmacia, gli affreschi e le porte curve in massello per riprendere la forma elicoidale delle scale. «Come dimenticare poi la farmacia Pitti con i suoi arredi storici, i vasi con le erbe, gli strumenti, i soffitti dipinti, che serviva, insieme a quella di Santo Spirito, tutto il quartiere. E ancora, il bar Bianchi, nella palazzina accanto, che ancora oggi conserva molti arredi originari ed è uno dei locali che dagli anni Venti è sempre stato gestito dalla stessa famiglia».