La legislatura si chiude con un indecoroso flop della legge sul consumo di suolo. Dopo quasi duemila giorni di discussione in Parlamento, una iniziativa che aveva avuto inizio a fine 2012 non ha approdato a nulla. In Italia, quando si tratta di regolamentare l'uso del suolo, quello del Bel Paese, è difficilissimo trovare un punto di mediazione riformista. Troppi interessi in conflitto, troppe culture difformi. E nei mesi prima delle elezioni, poi, nessuna forza politica si azzarda a correre rischi di perdere consensi. Anzi succede proprio il contrario: c'è sempre chi avanza condoni o cose simili. E questo, nonostante gli appelli ripetuti delle associazioni (Coldiretti, Fai, Inu, Lega Ambiente, Slow Food, Tci, Wwf Italia) e le proposte di legge d'iniziativa popolare come quella avanzata dal Forum Salviamo il Paesaggio. E soprattutto nonostante una macroscopica dimensione del fenomeno del consumo ripetutamente documentata. Tanto per ripetere una cifra: dal 2013 al 2015 le nuove coperture di suolo hanno intaccato ben 35 ettari al giorno, con effetti indubbiamente nefasti su biodiversità, paesaggio, qualità della vita, agricoltura e speranze di rigenerazione urbana. Un consumo particolarmente rilevante nella pianura padana e nell'area metropolitana di Napoli, dove supera il 56.8, secondo dati Ispra già invecchiati. Nel frattempo le Regioni assumono in materia orientamenti molto diversi tra loro, dotandosi di proprie normative. Su alcune, come quella lombarda, il Consiglio di Stato ha sollevato la questione della legittimità costituzionale. Eppure grande rilievo assume nel disegno di legge sul consumo di suolo la questione della rigenerazione urbana. In esso vengono proposte alcune cose interessanti, non tutte condivise dal fronte ambientalista. Per migliorare l'uso del suolo è previsto il censimento da parte dei Comuni degli edifici e delle aree dismesse, non utilizzate o abbandonate. Si pensa ad una banca dati per reperire in modo unitario informazioni sulla proprietà, la dimensione dei beni, lo stato di compromis-sione ambientale, il regime urbanistico. Si tratterebbe di agire con prontezza per evitare che la progressiva cronicizzazione della dismissione finisca per produrre una sorta di desertificazione dei territori. Particolarmente importante il riuso del patrimonio industriale dismesso, per l'acquisizione di nuove funzioni come leva per un generale miglioramento sociale ed economico. Alle Regioni vengono affidati compiti rilevanti. Come l'adozione delle disposizioni per la realizzazione da parte dei Comuni del censimento degli edifici e delle aree dismesse, non utilizzate o abbandonate. Ma soprattutto l'indicazione, per l'iniziativa di queste amministrazioni, a «fornire nel proprio strumento di pianificazione specifiche e puntuali motivazioni relative all'effettiva necessità di consumo di suolo inedificato» eventualmente non soddisfatto nel riuso dell'edificato. Cosa importante, anche se inevitabilmente sul controllo dell'adeguatezza di tali motivazioni andrà a giocarsi la partita fondamentale nel rapporto tra Regioni e Comuni. Questo fenomeno degli edifici dismessi è particolarmente intenso nel Veneto, dove ha spinto la Regione ad approvare una legge, la 142017, che prevede l'uso temporaneo (3-5 anni) degli innumerevoli capannoni industriali (circa 92.000) disseminati sul territorio, per centri ricreativi, scuole private e altri usi diversi dalla destinazione esistente, in accordo con i Comuni cui viene affidato il controllo su possibili abusi. Un provvedimento analogo risulterebbe utile anche in Campania, in sintonia con il Piano Paesaggistico in corso di redazione e i Masterplan della Costa Campana promossi dalla Regione.