Umberto Allemandi compie ottant'anni e si racconta: i suoi libri, l'inutilità delle fiere, Torino museo a cielo aperto La camicia è acquamarina. Il colore che da sempre identifica la Umberto Allemandi editore. Ma non è voluto. Mentre è voluto portare al collo, sotto la camicia, una catenina d'oro. Appesa la fede della prima moglie che non è più. Al dito invece quelle della seconda. Una del giorno del matrimonio, l'altra Trinity di Cartier. Il prossimo 9 marzo Umberto Allemandi girerà la boa delle 80 primavere. Ma non abbandona il campo. «Anche se sono in pensione da 10 anni con la bellezza di 62 anni di marchette come si diceva un tempo». Primi lavori? «Direttore editoriale del cavalier Bolaffi, Giulio, la cui azienda è passata a Mondadori e pure io. Con i soldi della liquidazione ho fondato questa casa editrice. Con qualche amico, qualche collezionista e altri pazzi». Perché pazzi? «Non si guadagna se si vuol mantenere alta la qualità. Io non sono mai stato un imprenditore. Lo sono diventato». Eppure ha mantenuto la stessa linea nel tempo. Volumi di altissima qualità e pubblicazioni che han fatto conoscere Torino nel resto del mondo. Il suo è l'unico progetto culturale cittadino veramente internazionale. «Questo lo dice lei e mi fa piacere. Io mi sento un residuato bellico. Di un tempo che non c'è più». Anche questa piazza Emanuele Filiberto ricorda la Parigi di un tempo. «Sì. Esattamente. Ci sono venuto prima a vivere e poi ho spostato la casa editrice». Che prima era in via Mancini dove c'è stato anche un incendio, pare, doloso. «Sì. Ma non ho capito perché. Pago tutti. Magari poco, ma pago. E l'ultimo marito geloso risale a un'epoca assai lontana. Da quell'incendio è nata una delle emozioni più significative della mia vita». Cioè? «Un giorno il direttore della Biblioteca Nazionale mi ha portato nel sancta sanctorum. E mi ha fatto vedere delle specie di pietre antracite. Era quel che restava dei libri arsi nell'incendio del 1904. Grazie a una tecnica messa a punto dal politecnico di Milano si è riusciti a ricomporli come erano. Poi mi ha chiesto di girarmi e ho visto un grande scaffale con i miei libri: "Li ho fatti mettere qui mi ha detto dopo l'incendio. Perché almeno una copia va serbata"». Che cosa altro la emoziona? «La bontà. Penso spesso all'abbraccio di Nietzsche alla statua del cavallo. Che nasceva dall'aver visto un vetturino frustare il suo». Lei sorride sempre. «So anche infuriarmi. Però la vita e i rapporti umani devono vivere di questo: ascolto, comprensione e compromessi. E vorrei essere più attento. Con quelli che non osano chiedere ma hanno bisogno». Per che cosa allora si infuria? «I pregiudizi. E la superficialità che è figlia del pregiudizio». Ha molti amici? «Sono un uomo fortunato. Ne ho avuti tanti e guardi che non mi riferisco alle conoscenze. Oggi tutti sono amici di tutti. Uno dei mie più grandi amici era Armando Testa. Quelli che senti la sera così e dici: che si fa? Era un uomo instancabile. Di una creatività assoluta. Mi ricordo certe maratone, per esempio a New York, per gallerie e musei. Ancora alle otto di sera era capace di trascinarti in giro dopo una giornata in cui non si era fatto altro. E, a proposito di bontà, quando un giorno gli chiesi che cosa lo colpiva di più, mi diede proprio questa risposta». Non ha mai pensato di produrre mostre? «Assolutamente no. Lo trovo ripugnante come la politica. Non potrei mai farlo». Che cosa pensa della chiusura della biblioteca della Gam? «Chiudere una biblioteca è come picchiare un cane. Come picchiare un clochard o un bambino». Però è anche vero che il pubblico ha sempre meno soldi a disposizione. E spesso si fanno mostre blockbuster per finanziare iniziative che attirano meno persone o sono di sostegno ad altro. «Bisogna avere dei criteri. E che siano chiari. A Torino si son fatte mostre epocali. Abbiamo fatto girare i capolavori della Sabauda quando ha chiuso per restauro e il cambio di sede. Se le compriamo fuori, le mostre, perdiamo tutta la nostra capacità. Lo dissi anche a Fassino». Che cosa? «Abbiamo smesso di fare le macchine e di fare le mostre». Lo sostiene anche Tommaso Montanari. «Sì. Il masaniello. Vede, si trova un argomento facile e lo si cavalca. Come dice il mio amico Carlo Ossola, si parla alla trippa non alla mente. Bisogna parlare all'intelligenza della gente». In che modo? «Prenda la settimana dell'arte contemporanea. Interessante. Bella. Ma si va al cinema tutto l'anno non perché c'è un determinato festival. Ecco le fiere, del cioccolato, dell'arte, del vino servono solo a chi non sa che fare il sabato o la domenica». Quindi auspicherebbe che la gente entrasse ai musei tutto l'anno. E quale preferisce di Torino? «Molti. Tanti son bellissimi. Quelle mele del Museo della frutta per esempio. Ma poi». Che cosa? «Tornavo dall'aeroporto ieri e ho visto piazza dell'Arsenale, come l'ha vista De Chirico. Lo sa no, che quelle sua piazze metafisiche son quelle di Torino, con quelle case e montagne di fondo. E i portici anche. E mi son detto: un museo a cielo aperto». E le mostre, quale la sua preferita? «Quella della Venaria a marzo sui nostri grandissimi Prinotto, Piffetti. Quello è stato il nostro Rinascimento. Capolavori unici». Lei ha contribuito alla donazione della collezione di Federico Cerruti. È vero quel che si dice e cioè che a Torino ci siano opere d'arte meravigliose in collezioni private. «È vero. Forse le più belle d'Europa. Ma è vera anche un'altra cosa: i più grandi collezionisti torinesi avevano l'occhio». Quello degli Zeri, dei Paolucci, dei Longhi? «Esatto. Penso a Gualino, a Tazzoli, banchieri e mercanti. All'ingegnere Gigi Quaranta. A Guido Bertero, a Brignone a Marco Rivetti». Si dice che lei sia uno delle tre persone che possiede la chiave della sagrestia di Banca d'Italia?. «È così. Ho preso il posto di Gianni Merlini della Utet». Che cosa farà nei prossimi vent'anni? «Non desidero più nulla. È ora che smetta perché vede, per andare avanti bisogna vedere il bicchiere mezzo pieno, essere ottimisti. Mi interessano ormai pochissime cose». È diventato cinico? «No. Solo scettico. Parecchio».