Luoghi e opere nel libro di Carla Cucchiarelli Metti una passeggiata nell'altra Roma, nei quartieri popolari fuori dal circuito turistico. Una passione in crescita, quella per la street art, in sintonia con l'anima popolare che si intreccia da sempre con il mito della Grande bellezza. Se non fosse che i muri hanno sempre parlato, registrando lo spirito del tempo. Nasce da questa consapevolezza, unita alla curiosità per la declinazione del genere iconico-narrativo su scala urbana, il libro Quello che i muri dicono di Carla Cucchiarelli (Iacobelli editore). Il volume, una guida ragionata alla street art della Capitale, sarà presentato martedì prossimo, 27 febbraio, negli spazi della libreria del Touring (piazza Santi Apostoli 6265, alle ore 17). All'incontro interverranno, tra gli altri e assieme all'autrice, Piero Maiozzi (in arte Bol) e Maria Cristina Antonucci, esperta di democrazia partecipata. «Tutto è iniziato con un libello sulla rivisitazione della Gioconda fatta da Banksy racconta Cucchiarelli . È stato un lavoro affascinante, così ho proposto all'editore una guida sulla street art romana scritta a modo mio». Lungi dall'essere un manuale didascalico il libro inanella storie che, dai primi vagiti negli anni della contestazione, virano verso una forma di creatività condivisa con le comunità locali. Trait d'union , «il tema della bellezza come omaggio alla città». In contrapposizione all'idea che il segno, per quanto non istituzionale, debba essere per forza sinonimo di vandalismo. «Mi ha colpito che le associazioni di cittadini siano coinvolte, dalla scelta del soggetto alla raccolta di fondi», rivela la scrittrice. È il caso dell'opera realizzata da Atoche su un palazzo di Torpignattara: «L'idea è partita da un'abitante, Maura Crudeli, che voleva un intervento simile a quelli visti a Berlino». Il risultato, un acquario, incorpora l'identità immaginifica del luogo: «Chi suggeriva di inserire un pesce, chi un altro particolare». Il murale di Pineta Sacchetti «La bicicletta verde» si ispira invece alla storia di un bimbo somalo, evacuato dall'hotel Giotto e ospitato da una famiglia del quartiere, che per la prima volta scopre la bicicletta: «Le scarpine che i residenti hanno voluto aggiungere sono per ricordare i migranti morti in mare».