Sarà perché ci è mancata per nove lunghi anni. Perché vedere i capolavori di Raffaello-Foppa-Romanino-Moretto-Ceruti a Santa Giulia non era lo stesso che poterli ammirare a «casa loro». Perché ci siamo sentiti orfani di una collezione che tanti generosi donatori e appassionati studiosi hanno costruito in due secoli. Sarà per la nostalgia o per la voglia di rivederla aperta: fatto sta che la Pinacoteca Tosio Martinengo mostrata ieri alla stampa e vista a nudo, senza quadri alle pareti (eccezion fatta per la sala con le tele del Pitocchetto pressoché completa) ha conquistato subito. Le dotazioni tecnologiche già a pieni giri, la climatizzazione calibrata, i lucernari artificiali e i fari ben posizionati che fanno scendere dall'alto una luce perfetta, i pavimenti in seminato veneziano che dichiarano sobria eleganza, i velluti alle pareti che sorprendono per i colori squillanti: tutto descrive e annuncia una Pinacoteca ad alto gradimento. Oggettivamente bella. Di una bellezza accogliente ed elegante, familiare e raffinata. Quando i bresciani torneranno a visitarla a partire dai due giorni di debutto gratuito, il 17 e 18 marzo troveranno ad accoglierli, oltre ai capolavori ritrovati, tre elementi dominanti: le dotazioni high tech che non si vedono ma i cui effetti si percepiscono; i velluti colorati che in alcune sale diventano protagonisti; un allestimento rado e riflessivo (tutto da scoprire e ancora da giudicare), di «soli» 110 quadri. A caldo, ecco sei osservazioni. Prima. Il più bel trattato di museologia contemporanea, il romanzo «Il museo dell'innocenza» del Nobel turco Orhan Pamuk, osserva: «I musei: 1. sono fatti non per essere visitati ma sentiti e vissuti; 2. è la collezione stessa a determinare l'essenza, l'anima, di ciò che si percepisce visitandola; 3. senza collezione non si può parlare di museo, ma di un edificio per esposizioni». Valorizzare la collezione, il gusto, le acquisizioni e le donazioni dei collezionisti (Tosio, Brozzoni, ecc.) come gli allestitori hanno dichiarato di voler fare, aiuterà i visitatori a «sentirsi a casa» in Pinacoteca. Seconda. Il colore dei velluti alle pareti farà discutere. Nella scelta cromatica che comprende il rosso cardinalizio e il blu lapislazzulo c'è lo zampino o almeno l'ispirazione di Kapoor che però non ha operato le scelte finali. Gli allestitori hanno preso coraggio guardando a esperienze europe ma anche italiane (qualche sala degli Uffizi ante-direttore manager). Soprintendenza e ministero hanno detto sì. Si è osato troppo? Il dibattito è aperto. Terza. Chi ricorda la vecchia pinacoteca in cui andava a ripararsi dal freddo alla modica cifra di 100 lire quando «bruciava» le lezioni del liceo, avvertirà un'assenza acustica: non c'è più lo scricchiolio dei sontuosi pavimenti in legno. Sparito quello, non sarebbe male rimanessero ampie fasce di gratuità o semi-gratuità per i giovanissimi: questo scrigno di bellezza è un'eredità tutta per loro. Quarta. Decideranno i dettagli e l'armonia. Per un giudizio compiuto della «nuova» Pinacoteca non basta la descrizione dell'allestimento sentita ieri, pure affascinante, servirà una visione d'insieme e di dettaglio. Certo non ci sarà traccia delle quadrerie ottocentesche, con quella sensazione di Wunderkammer e i quadri disposti fino al soffitto. Qui si è scelta una disposizione rada, non nuova peraltro nella Tosio Martinengo. Conteranno anche i dettagli: le guide pieghevoli, la leggibilità delle didascalie, la chiarezza dei pannelli. È un atto di fiducia ma anche una raccomandazione. Quinta. Nel cortile di palazzo Martinengo spicca ancora la lapide in ricordo di Giulio Zappa, l'eroico e sfortunato direttore morto in un campo di concentramento austriaco durante la Prima Guerra mondiale che si preoccupava della «sua» pinacoteca quando già era al fronte. C'è chi giura che il suo spirito si aggiri ancora fra queste stanze. Se è uno spirito benigno, come quello di Paolo Tosio che vigila sulla sede dell'Ateneo, c'è di che stare tranquilli. Non sarebbe male però ricordare altri personaggi che hanno fatto grande la pinacoteca bresciana come Gaetano Panazza o Bruno Passamani intitolando loro qualche sala della pinacoteca. La storia si fa anche con piccoli gesti di gratitudine fra generazioni. Sesta. Pamuk nel suo romanzo assicura : «Il Museo dell'innocenza sarà sempre aperto per gli innamorati che non trovano a Istanbul un posto dove baciarsi». È un proposito che sarà raccolto anche a Brescia? Lo stesso Pamuk sostiene che i musei sono «i luoghi dove il Tempo si fa Spazio». Buon viaggio nel tempo a chi visiterà la «nuova» Tosio Martinengo.