Il capolavoro sabaudo era finito in una chiesa di Galway «È uno spettacolo unico. Un'alleanza perfetta tra la maestria dell'intagliatore e quella dell'intarsiatore». Ad illuminarsi davanti al grandioso coro di Luigi Prinotto, tornato finalmente in Piemonte dopo 200 anni, è Roberto Antonetto, tra i massimi esperti in materia ma soprattutto colui che lo ha scoperto nel 2002 in Irlanda. Oggi il coro è a Venaria, per essere restaurato e ammirato in una mostra imminente. Ma in realtà il coro è in un certo senso anche in vetrina, per essere venduto a qualche istituzione a un milione di euro. «Il coro è un capolavoro assoluto di uno dei più grandi ebanisti al mondo del Settecento», spiega Antonetto. Che lancia un appello formale: «Le istituzioni non stiano a guardare, questo capolavoro deve arrivare in qualche collezione pubblica, non deve finire nuovamente all'estero». Il coro al momento ha un proprietario. Si tratta di Marco Fabio Apolloni, erede di una importante famiglia di antiquari romani alla terza generazione. «Mio padre Fabrizio lo acquistò anche a colpi di gin tonic offerti a un prete alcolizzato della cattedrale di St. Mary a Tuam, nella contea irlandese di Galway, dove era custodito dalla fine dell'800», racconta. «La proposta di un milione di euro è valida solo se venduto allo Stato o a qualche ente pubblico puntualizza altrimenti, se offerto a privati, il suo prezzo sarebbe decisamente più alto». Il coro è un manufatto impegnativo, necessita di uno spazio adeguato alla sua conservazione ed eventuale esposizione. Ha un'estensione di 9 metri per 7, circa 60 metri quadrati, un'altezza di quasi 4 metri ed è composto da 28 stalli disposti ad «U». Su uno dei pannelli vi è un intarsio particolare: una lapide di avorio intagliato e dipinto, la firma dell'ebanista Prinotto, dello scultore Marocco e del minusiere De Giovanni. Un luogo e una data: Taurini, 1740. Gli studi sul coro sono in fase preliminare e tutti da approfondire. Antonetto ha ventilato l'ipotesi che arrivi da una abbazia cappuccina o certosina. «Lo si deduce dai dettagli, dove ricorre il tema della morte», spiega. Tra le ipotesi la Certosa Reale di Collegno (ex manicomio), dove nella cappella dell'Annunziata si trova uno spazio della stessa misura. Oppure, ma è solo una suggestione, da una delle tante realtà religiose del Nizzardo smantellate durante la Rivoluzione francese: in ogni caso dagli Stati sabaudi. L'ipotesi di Nizza è suggerita dal fatto che proprio in una farmacia di quella città (all'epoca provincia sabauda) venne riscoperta nel 1840 da Eduard Joshua Cooper, gentiluomo irlandese con la passione per l'astronomia, che la acquistò e portò nel suo castello di Markree. I discendenti la regaleranno, cinquant'anni più tardi, alla cattedrale dove poi verrà acquistata dall'Apolloni. «Quasi una storia da romanzo», sottolinea Antonetto. «Se oggi il coro di Prinotto si trova a Venaria, però, lo dobbiamo unicamente all'infaticabile e appassionato lavoro di Carlo Callieri spiega Stefano Trucco, presidente del Centro Conservazione e Restauro della Venaria che ha concordato il suo trasferimento con il proprietario: possiamo dire senza esagerare che Callieri sia il suo salvatore». Il coro è arrivato a Venaria lo scorso ottobre, ed è in corso un lungo e difficile intervento di montaggio e restauro. Sarà uno dei capolavori di una mostra sull'ebanisteria della corte sabauda che da marzo presenterà alla Reggia i lavori lignei di grandi artisti quali Prinotto, Piffetti, Bonzanigo e Capello. «Non possiamo nascondere la grande emozione che abbiamo provato al suo arrivo», racconta Paolo Luciani, responsabile del laboratorio degli arredi lignei di Venaria, fiore all'occhiello mondiale per la cura di capolavori di ebanisteria di questo livello. «Una squadra di 11 persone sta lavorando incessantemente da settimane spiega -. Si è trattato di ricomporre un puzzle di 211 pezzi suddivisi in 82 casse, senza nessuna istruzione di montaggio, con 28 anfore, 28 sacchetti contenenti frammenti di intarsio da ricostruire. E ancora: 30 statue di putti, altrettanti braccioli in noce intagliati con grande maestria a suddividere i seggi. Un trionfo di legni di noce, radica, palissandro, bosso e violetto».