Di nuovo si addensano nuvole sulla riforma dei musei. A tre anni e poco più dal varo, torna in discussione la possibilità che a dirigerli sia un cittadino non italiano. Per ora è in bilico la posizione di Peter Assmann, che è a capo del Palazzo Ducale di Mantova, però se si dovesse stabilire che non un francese o un austriaco come Assmann, ma solo un italiano può guidare un museo o un sito archeologico, entra in crisi l'intero progetto del ministro Dario Franceschini, osteggiato in molti ambienti, esterni e interni al ministero. E così nell'incertezza finirebbero alcuni fra i luoghi d'arte più pregiati, come gli Uffizi, Capodimonte, Brera, Urbino, la Galleria dell'Accademia a Firenze o Paestum, dove siedono direttori provenienti da altri paesi europei. È il Consiglio di Stato ad aver messo un sassetto nell'ingranaggio dei concorsi che nel 2015 designarono i direttori di venti fra musei e siti archeologici e monumentali, diventati trenta l'anno successivo. Sette di essi furono affidati a storici dell'arte o archeologi non italiani. Esaminando il caso di Assmann, i giudici della VI sezione di Palazzo Spada hanno ritenuto corrette le procedure concorsuali che lo hanno visto vincitore, ma hanno rinviato all'Adunanza plenaria dello stesso Consiglio la questione se, appunto, un non italiano possa o no dirigere un museo statale. L'orientamento del collegio è contrario a questa possibilità, come contrario si era detto il Tar in primo grado. Ma essendo questa decisione opposta a un'altra decisione sul concorso per il Parco archeologico del Colosseo presa dallo stesso Consiglio di Stato nel luglio scorso e persino dalla stessa VI sezione, ma presieduta da un diverso giudice, ed essendoci nel collegio una divergenza ( di esso fa parte anche il relatore della sentenza di luglio), si è scelto di rimettere la questione all'Adunanza plenaria. L'Adunanza plenaria è un collegio allargato, simile alle sezioni riunite della corte di Cassazione e presieduto dal presidente del Consiglio di Stato. Assmann resta al suo posto, perché rimane valida la decisione, sempre del Consiglio di Stato, di sospendere la validità di quanto stabilito dal Tar. Ma sulla questione della nazionalità, sollevata dal ricorso di una storica dell'arte del Mibact, Giovanna Paolozzi Strozzi, la sentenza riapre un capitolo che sembrava chiarito. O almeno così si augurava Franceschini. Il punto in sospeso è se la decisione di ammettere stranieri al concorso per dirigere un museo viola le norme che vietano, per esempio, a un cittadino non italiano di diventare prefetto o magistrato o di assumere incarichi dirigenziali in diplomazia o nelle forze armate. La questione, sostengono molti giuristi, non è però esplicitata nei dettagli. E dunque è soggetta a diverse interpretazioni, persino in una stessa sezione del Consiglio di Stato. E ciò nonostante la legislazione europea sia decisamente aperta alla circolazione e nonostante il Parlamento abbia votato un'interpretazione della norma favorevole al ministero (ma evidentemente non applicabile retroattivamente). E ora che cosa succede di una riforma che ha investito le fragili strutture del ministero, ha rinnovato le polemiche fra chi sottolinea le ragioni della tutela e chi della valorizzazione dei beni culturali? Franceschini è in scadenza e non si sa se chi lo sostituirà, appartenente o no al suo schieramento, voglia seguirne i passi o, di nuovo, rovesciare tutto. Intanto da Napoli si fa sentire il direttore (francese) di Capodimonte: «La decisione del Consiglio di Stato», commenta Sylvain Bellenger, «è l'ennesima dimostrazione che la burocrazia in Italia mette in ginocchio il Paese, crea incertezza per le competenze venute dall'estero, dopo aver lasciato solide e prestigiose posizioni professionali per candidarsi alla guida dei musei italiani. Tutto questo è gravissimo». Chissà se i giudici del Consiglio di Stato sono disposti a essere identificati con una generica "burocrazia".