Di questi giorni sono due notizie che vengono dal mondo del restauro e della tutela. Una è che il diploma conseguito prima del 2009 alle scuole dell'Istituto centrale del restauro e dell'Opificio delle pietre dure è stato equiparato a una laurea. Senza dire che, in un paese normale, un titolo di studio conseguito in una scuola internazionale a numero chiuso superando un concorso bandito sulla Gazzetta Ufficiale, quello dell'Icr e dell'Opd, dovrebbe valere come è per l'Ena in Francia, quindi infinitamente di più di una comune laurea in Lettere o in Architettura oggi allegramente data a centinaia di migliaia di persone, chiarito questo, a cosa serve quel riconoscimento? A poco o nulla, se non per avere accesso a carriere nella nostra Amministrazione pubblica, o a istituzioni estere. Né escludendo, lo aggiungo di passaggio, che nella mente di chi ha molto lavorato nel sottobosco ministeriale per ottenere l'inedita laurea ci sia l'idea di farne il grimaldello per la creazione d'un nuovo settore scientifico-disciplinare universitario in restauro dove il titolo di professore venga elargito in concorsi meno ardui da superare degli attuali. Faccio un caso concreto. I tre docenti del corso di restauro dell'Università di Urbino che hanno partecipato ai recenti e tradizionali concorsi per professore Ordinario e Associato sono stati tutti bocciati. Nei giudizi delle Commissioni pubblicati in internet, due all'unanimità, Dafne De Luca e Fabiano Ferrucci, il terzo, Laura Baratin, addirittura scrivendo uno dei commissari che "deve ancora affrontare le tematiche fondanti del settore". Bocciati, restando però italicamente al loro posto; e anzi, la signora che non conosce "le tematiche fondanti il settore", promossa a importanti incarichi nel Miur. La seconda notizia riguarda invece la prossima apertura di inediti "Policlinici del patrimonio culturale" orditi dal presidente del Consiglio superiore dei beni culturali (Csbc) Giulio Volpe con l'appoggio dei Ministri Franceschini e Fedeli (per il Cun). Policlinici che serviranno a cosa? A attuare, parole di Volpe, una "revisione e migliore qualificazione del percorso formativo universitario nei vari livelli, dal triennio, fino alle specializzazioni e ai dottorati () per la tutela e valorizzazione del nostro straordinario patrimonio culturale". Ma se la revisione riguarda solo i nuovi laureati, come pare di capire dalle parole appena citate, cosa ne fa l'amico Volpe delle centinaia di migliaia di laureati nella miriade di corsi di laurea di ogni genere e tipo irresponsabilmente creati negli ultimi decenni intorno a conservazione, restauro e valorizzazione dei beni culturali? Sarà così crudele da non revisionare anche loro lasciandoli nella più nera disoccupazione come in molti stanno? Se poi sono da revisionare i laureati, prima sono da revisionare i docenti che li hanno malformati. E dove troverà il buon Volpe i perfetti docenti in grado di revisionare gli imperfetti docenti che hanno laureato storici dell'arte, restauratori, esperti in radiografie, architetti, eccetera, da revisionare? A Urbino? Inoltre, evidentemente orgoglioso dell'aver coniato il termine "policlinico", l'amico Volpe scrive: "Si può immaginare un medico che non si sia formato nelle corsie, nelle sale operatorie e nei laboratori di un ospedale? E perché mai ai professionisti dei beni culturali questo tipo di formazione-esperienza lavorativa è negata in un paese come l'Italia?". Dimenticando il Volpe che sia i membri del Csbc da lui presieduto, che quelli del Cun, fanno i professori, quindi mai hanno realizzato in vita loro un restauro con le proprie mani, cioè mai hanno lavorato nelle "sale operatorie dell'arte". Tutto ciò detto, gentili Ministri Franceschini e Fedeli davvero pensate che siano iniziative di questo livello la soluzione per tramandare alle future generazioni il più importante e cospicuo patrimonio storico e artistico dell'Occidente, quello dell'Italia e degli italiani?