E confida il suo legame speciale con Milano «La vita è fatta di coincidenze» dice spesso Orhan Pamuk e le "coincidenze" negli ultimi decenni hanno creato un legame speciale tra lui, scrittore turco Premio Nobel per la letteratura, e Milano. «La prima volta che sono venuto è stata nel 1959 con la mia famiglia», ricorda Pamuk, che all'epoca aveva sette anni. «Mio padre, ingegnere, lavorava a Ginevra, all'Ibm. Raggiungemmo Milano in macchina, con una Opel. Ricordo la galleria Vittorio Emanuele II, dove i miei genitori mi comprarono una piccola macchina rossa di plastica». Nel tempo Pamuk non ha mai smesso di frequentare la città. Il suo primo editore italiano, Frassinelli, ha sede qui. Ci torna spesso per la promozione dei suoi romanzi e per una delle sue passioni: l'arte. Non a caso, i suoi luoghi milanesi del cuore sono il museo Bagatti Valsecchi e Brera. Un anno fa all'Accademia ha ricevuto il diploma honoris causa durante un convegno sulla "poetica del museo" che ora è diventato il soggetto di un libro, Un sogno fatto a Milano. Dialoghi con Orhan Pamuk intorno alla poetica del museo (Johan Levi), a cura di Laura Lombardi e Massimiliano Rossi. Al Bagatti Valsecchi arriva ora la mostra Amore musei ispirazione. Il Museo dell'innocenza di Orhan Pamuk a Milano, a cura di Lucia Pini e Laura Lombardi, da oggi al 24 giugno, finanziata da Regione Lombardia. «Amo questa casa, l'idea e la fantasia che si celano dietro queste mura. Mi hanno influenzato molto per il romanzo che sto scrivendo». Scriveva così Pamuk nel 2007 nel libro degli ospiti della casa-museo di via Gesù, fondata nell'Ottocento dai due fratelli Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, quando la visitava per la terza volta. Nel 2008 sarebbe uscito uno dei suoi romanzi più amati, Il Museo dell'innocenza (Einaudi). Nel 2012 sarebbe stato aperto l'omonimo museo a Istanbul. «Kemal, il protagonista maschile del libro, lo considera uno dei suoi cinque musei preferiti al mondo, affascinato da come al Bagatti Valsecchi oggetti di uso quotidiano raccontino storie». Stessa filosofia del museo di Istanbul, che ricostruisce l'amore al centro anche del romanzo, quello tra Kemal e Füsun, attraverso gli oggetti che lo caratterizzano. Alcuni di essi sono stati riprodotti in ventinove vetrine colme di cose, racchiuse in una sola stanza del Bagatti Valsecchi, per l'esibizione milanese. Borse, scarpe, acqua di colonia, coni gelato, bevande illuminate dall'interno per renderle più brillanti, cartoline, video, fotografie e il manichino di un corpo umano, in una teca, perché la sofferenza sentimentale è anche dolore fisico. Un originalissimo museo nel museo, com'è stato definito da Salvatore Settis, che ne ha parlato in pubblico con il Nobel. Una vicenda con echi manzoniani, scritta da un autore che aveva pubblicato una versione in turco de I promessi sposi, quando faceva l'editore di classici. Il futuro di questo cortocircuito tra arte letteratura e vita è, per Pamuk, mancato pittore, ancora più arte. Ha ricominciato a dipingere. Ha sistemato personalmente gli oggetti esposti al Bagatti Valsecchi fino all'ultimo secondo e ha altre idee "folli" in testa, che stanno mettendo in discussione il ruolo dei musei. «Il Bagatti Valsecchi rappresenta il mio ideale. Non mausolei statali per raccontare la Storia di una nazione, ma luoghi intimi per narrare le vicende degli individui», dice Pamuk, che ha scritto anche un Manifesto sul tema, riprodotto sulla parete di un'altra stanza di via Gesù, dove c'è anche un suo video in cui spiega il senso dell'iniziativa. «In prospettiva mi piacerebbe riprodurre l'edificio di Istanbul che ospita il Museo dell'innocenza, non solo le vetrine che contiene. Alla fine, l'unica cosa autentica sarò io che vado in giro a parlarne».