El siglo de los Genoveses. Così lo chiamano gli storici spagnoli. Un secolo abbondante, tra Cinque e Seicento. Durante il quale le famiglie genovesi, grazie agli affari con la Spagna, diventano tra le più ricche d'Europa. Nel solo decennio 1598- 1608 prestano alla Corona 33 milioni di ducati. È genovese Tommaso Marino, banchiere in trasferta a Milano, dove si fa costruire dall'archistar dell'epoca Galeazzo Alessi uno dei più bei palazzi della città (dal 1861 sede del Comune). È genovese Marco Antonio Doria, il committente, a Napoli, dell'ultimo Caravaggio. È genovese Ottavio Costa, collezionista di Caravaggio a Roma, dov'è titolare, col socio spagnolo Herrera, di una delle più potenti banche del tempo. « In pochi luoghi d'Italia si potrebbe mostrare usuale magnificenza» osserva nel 1601 il diplomatico pontificio G.B. Asucchi in visita a Genova. Sorpreso «soprattutto per l'abbondanza di denaro contante», ammira «palazzi che non hanno pari altrove » . Quei Palazzi di Genova che Rubens, passato due volte in città, pubblicherà in volume ad Anversa. E che l'Unesco inserirà nel Patrimonio dell'Umanità. Tra le famiglie genovesi più facoltose spiccano i Lomellini. Nel 1543 ottengono da Filippo II l'esclusiva dell'estrazione del prezioso corallo nel mare di Tabarca, un'isola di fronte alla costa tunisina. Dove fondano una colonia di pescatori trasferiti da Pegli. Ci resteranno fino al 1741, quando verranno sfrattati dal bey di Tunisi. Grazie ai Savoia troveranno una nuova casa sull'isola di Carloforte, in Sardegna, dove ancora oggi si parla uno slang dialettale genovese, il " tabarchino". Vetrina della ricchezza dei Lomellini è la basilica genovese della Santissima Annunziata. Che la famiglia, spendendo una fortuna, trasforma da sobrio edificio francescano in scintillante tempio barocco, carico di ori, marmi, stucchi, quadri, affreschi. È per l'Annunziata che Giulio Cesare Procaccini dipinse, nel 1618, la monumentale Ultima Cena, il più spettacolare ed eccezionale tra i quadri esporti nella mostra milanese " L'ultimo Caravaggio" e alla quale Repubblica ha dedicato uno speciale sulle pagine nazionali. Spettacolare per le dimensioni, il quadro di Procaccini esposto: 40 metri quadrati di bellezza. Eccezionale l'opportunità di vederlo così da vicino. Dipinto per il refettorio dei frati, nel 1686 su ordine dei Lomellini, padri e patroni della chiesa, il quadro venne spostato sulla contro facciata, a venti metri d'altezza. Da dove è sceso in occasione del recente restauro, eseguito nel laboratorio della Venaria Reale, diretto dalla Soprintendenza ligure, finanziato dalla Compagnia San Paolo. Bolognese di nascita, Procaccini cresce respirando l'aria dolce dei maestri emiliani: la grazia di Correggio, il virtuosismo del Parmigianino. Da ragazzo approda a Milano col fratello Camillo, ingaggiato da Pirro Visconti Borromeo per decorare il ninfeo della villa di Lainate. Esordisce come scultore, qui e nel cantiere del Duomo. Poi sceglie la pittura, come dichiarano i pennelli e la tavolozza esibiti nell'Autoritratto della collezione Koelliker (in mostra). A Milano si impone tra i protagonisti della nuova stagione barocca. La sua fama raggiunge a Genova Giovan Carlo Doria, titolare di una delle più vaste quadrerie d'Europa: possiede settemila opere dei più " eccellenti maestri del mondo", ben 90 delle quali sono di Procaccini. L'Ultima Cena, di cui la mostra presenta anche il delizioso bozzetto preparatorio ( 36 x 101 cm) è un capolavoro di teatralità e colorismo (i rossi, i gialli, i blu di lapislazzuli). Evoca il Cenacolo di Leonardo, che Procaccini ha visto a Milano, e qui ricorda nelle dimensioni, nella disposizione dei discepoli in gruppi, nella sensibilità per i "moti e gli affetti dell'anima", nella nitidezza fisiosnomica di certi volti. Un Leonardo, però, riletto e aggiornato alla luce della lezione barocca di Rubens. L'esposizione a Milano resterà aperta fino all'8 aprile.