Una straordinaria esperienza di partecipazione dal basso a Molassana Un esempio da seguire per la politica Una lunga storia quella dell'Acquedotto che attraversa la Val Bisagno e che accompagna la storia di Genova dal medioevo al novecento. E che oggi rappresenta l'opportunità di valorizzazione turistica e culturale di una valle consegnata da quasi due secoli ai servizi e dal dopoguerra alla speculazione edilizia. È la memoria dell'acqua che disseta contrapposta a quella delle alluvioni, di un fiume- torrente stretto in margini sempre più stretti, coperto dal cemento che travalica all'improvviso gli argini e produce distruzioni e morte. Ma è anche la vicenda della riscoperta dal basso di un patrimonio monumenta-le, a lungo dimenticato e ancora oggi poco conosciuto, di una riqualificazione sollecitata alle istituzioni e in parte realizzata, di un impegno civile diffuso nella manutenzione, la tutela, la promozione. Perché anche così è da leggere la nuova vita dell'Acquedotto Storico e cioè come legame comunitario, come tassello di una riqualificazione territoriale, di uno sguardo diverso sulla periferia. Quei 28 km che da Cavassolo conducono quasi a Manin in una vera e propria " promenade" della collina sono una straordinaria testimonianza di capacità tecniche e ingegneristiche, di straordinarie innovazioni idrauliche, quali il primo ponte sifone d'Europa, di una cultura urbanistica che va da Matteo Vinzoni, al Vannone, a Carlo Barabino. Ed è possibile sui resti dell'acquedotto ricostruire la trama della crescita sia della città antica da Porta dei Vacca a Porta Soprana, da Sarzano a Sottoripa sia di quella contemporanea: da circonvallazione a monte alla realizzazione novecentesca di Via Burlando. Di fatto ignorato se non dagli studiosi, l'attenzione pubblica verso l'Acquedotto Storico inizia poco più di un decennio fa con una proposta di recupero avanzata dal Circolo Sertoli di Molassana nel 2006. Sono gli anni in cui Genova vive, dopo la crisi del modello di sviluppo portuale-industriale, una nuova attrattività e comincia a percepirsi quale città d'arte e luogo di destinazione turistica. Vale per il centro ma, appunto, anche per le periferie. Partecipare a quel processo di rivalorizzazione urbana è anche una forma di riscatto territoriale, di possibile ridisegno delle funzioni urbane. Dall' Acquedotto Storico, ma anche dall'itinerario delle ville storiche nel Ponente, è la riproposizione di una storia cancellata e rimossa dalla crescita industriale ma che può essere riportata alla luce e valorizzata dentro un'idea più equilibrata di sviluppo e di qualità del territorio. Non a caso in questa impresa si trovano un grande intellettuale come Tiziano Mannoni e il ledear dei comitati della valle, il comunista Giordano Bruschi. Nasce un coordinamento di associazioni che porta a un protocollo con Comune, Regione, Sovrintendenza e Università. Con il primo avvio dei lavori di ripristino inizia l'attività didattica con le scuole, l'organizzazione di mostre e di convegni. La sistemazione della segnaletica, la suddivisione in nove tratti ognuno dei quali curato da un gruppo di volontari. Dal 2008 nasce anche il Festival dell'Acquedotto con il Teatro dell'Ortica, Mirko Bonomi e Mauro Pirovano. E a fianco il lavoro diretto del volontariato nel disboscare, sistemare i sentieri, garantire una progressiva fruizione. Nel 2017 una grande festa conclude la sistemazione del tratto tra ponte sifone e il borgo di Carpi. Altro punto di arrivo ma non di conclusione. A partire dalla frana caduta a Trensasco o dalla ricostruzione della casetta dei filtri che dopo una consultazione aperta con i frequentatori dell'Acquedotto dovrebbe diventare un info point. I contatti con la nuova amministrazione per ora sono labili. Né nel quadro della crescita del turismo genovese si è davvero compresa la potenzialità ambientale e paesistica di un possibile parco in collegamento con i Forti. Eppure già oggi a percorrere le antiche pietre dell'Acquedotto ci sono migliaia di persone, famiglie, amanti del trekking, sportivi come la maratoneta medaglia d'oro europea Emma Quaglia. Ma è stata la logica del bene comune a innescare questo percorso positivo che ha poi trovato condivisione istituzionale. A conferma che è la dimensione della cittadinanza attiva l'antidoto più forte al degrado e all'incuria. Ecco nell'età della crisi della politica e dello svuotamento della rappresentanza esperienze come quelle legate alla tutela dell'Acquedotto Storico rappresentano un valore sociale e dimostrazione che è possibile tenere insieme riqualificazione urbana, culture di cittadinanza e assunzione di responsabilità collettiva. Ed è forse da queste esperienze che dovrebbe ripartire una politica che vuole tornare a parlare con il territorio, alimentando le buone pratiche e non solo le paure.
la Repubblica
13 Gennaio 2018
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LU
Luca Borzani
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