Perché l'uno non sarebbe degno dell'altro. Eppure da secoli si celebrano unioni da favola in chiese che riepilogano interi capitoli di storia dell'arte. E questo uso rituale degli spazi sacri non nuoce allo stato dei luoghi, né alla loro conservazione. Né tantomeno costituisce uno svilimento del loro valore culturale. A quante cerimonie, più o meno eleganti, avranno assistito le Sibille del Duomo di Siena, il Cristo di Sant'Apollinare in Classe a Ravenna, la Vergine Odigitria di Torcello? Eppure quei capolavori sono rimasti quel che erano. Belli e impassibili. Anzi, gli introiti degli eventi, possono aiutare alla conservazione di tanti gioielli artistici e architettonici, che hanno costi di manutenzione elevatissimi. E persino i rinfreschi e le cene che di solito concludono i vernissages delle mostre nei grandi musei, non hanno mai torto un capello alla Gioconda o attentato alla virtù della Venere di Botticelli. Un contatto moderato e regolato con i beni culturali li rende più vicini alla vita delle persone. E può avere una funzione civica decisiva. Perché niente educa come la bellezza. Semmai la questione è di renderla accessibile in maniera equa e democratica. Perché non sia solo un'esperienza da privilegiati. E le splendide sale della Reggia di Caserta, o lo studiolo del Palazzo Ducale di Urbino, non siano appannaggio esclusivo dell'ad di un marchio di moda, ma anche di una coppia di insegnanti. Insomma lo sposalizio tra luoghi d'arte e fiori d'arancio si può fare.