Di che cosa stiamo parlando Si sente ripetere «Milano, la città della ricerca», ma che senso ha realmente una simile frase? Lo scopriamo un sabato dopo l'altro. Prima tappa il 16 dicembre con Camilla Colombo, che ha inventato un modo per far cambiare la rotta dei satelliti sfruttando le perturbazioni dello spazio. Seconda puntata il 23 con Angelo Maravita, che «imbroglia» il cervello usando specchi e mani di plastica e così riesce a far diminuire il dolore dei pazienti. La nostra inchiesta proseguirà per i prossimi mesi. «Il poeta Decimo Magno Ausonio diceva che Milano ai tempi di Diocleziano era in grado di competere con Roma e che la sua bellezza, al cospetto della Capitale, non era sminuita». Un'affermazione per cui esistono delle prove, ancora oggi. Basta andarle a cercare. Come fa Furio Sacchi, 52 anni, archeologo ricercatore dell'università Cattolica: uno che ha dato la vita, professionalmente parlando, per salvare pezzo per pezzo il prezioso patrimonio archeologico che ancora rimane sotto il centro della città, praticamente ignorato. Le prove si trovano sotto terra e ci si arriva da una botola a pochi passi da corso Europa: si alza una grata e si scende giù per una scala di ferro stretta e pericolante. Qua si trovano i resti delle Terme Erculee, uno dei palazzi più belli dell'impero ai tempi di Diocleziano e la prova tangibile che Mediolanum non aveva nulla da invidiare a Roma. Praticamente nessuno sa dell'esistenza di questa botola tranne quelli della Soprintendenza (che hanno le chiavi). E ovviamente gli studiosi come Sacchi: «Fare l'archeologo a Milano è frustrante dice con un sorriso perché uno ha sempre negli occhi Roma, la Tunisia, l'Egitto. Però è un ottimo banco di formazione per noi: questa città ti costringe a sfruttare e a ragionare su ogni minimo dettaglio se vuoi riproporre l'immagine di quegli splendidi edifici». Le Terme Erculee si chiamano così perché volute da Massimiliano Erculeo, coreggente di Diocleziano, che aveva collocato a Milano la sede della corte imperiale. «Un edificio importante e prezioso, come si capisce dai ritrovamenti fatti negli anni, ogni volta che si è scavato da quelle parti. Marmi colorati delle cromie più utilizzate in epoca romana, e anche i più costosi: venivano dalla Grecia, come il porfido verde, o dalla Tunisia, come il marmo giallo. C'erano anche i porfidi rossi d'Egitto, la pietra per eccellenza della dignità imperiale». Mentre descrive i fasti del palazzo per come molto probabilmente appariva all'epoca, con le parole lascia quasi intravedere la sagoma dell'edificio a chi lo ascolta. È la passione dell'archeologo che fa sognare. «Massimiliano dotò la città di quelle infrastrutture che servono per renderla una capitale a tutti gli effetti e le terme sono una di queste: coprivano una superficie di circa 14.500 metri quadrati e avevano una pianta molto simile alle terme di Treviri». Cartina alla mano, bisogna fare uno sforzo di immaginazione per ridisegnare i confini delle terme milanesi: un grosso rettangolo che doveva sorgere tra quelle che oggi sono corso Europa, via Durini e via Cerva. «Per ricostruire quelli che erano gli interni aggiunge Sacchi abbiamo passato in rassegna 800 pietre, frammenti di piccole dimensioni trovati con gli scavi degli anni Sessanta per la demolizione degli stabili vicino alla chiesa di San Vito al Pasquirolo». Un lavoro certosino portato avanti anche con l'aiuto dei petrologi del Cnr che hanno stabilito la provenienza dei materiali. Spogliato e spolpato negli anni, l'edificio era molto ricco di marmi che provenivano dalle cave del mondo antico. Nel medio Evo è stata fatta razzia dei mattoni per costruire nuove abitazioni, lasciando solo le fondazioni. Solo alcuni mosaici si sono salvati, conservati nei cortili di una banca (arrivata con le nuove costruzioni) e nelle sale del museo archeologico di Milano. Tutti i risultati del nuovo lavoro confluiranno in una mostra, con il contributo del ministero dei beni culturali e delle civiche raccolte archeologiche e numismatiche del Comune. «Il mio obiettivo è far capire quali sono gli esiti delle nostre ricerche, arricchire il nostro patrimonio archeologico e magari pubblicare un catalogo in cui si raccolga tutto quello che abbiamo fatto per ricucire la memoria dell'edificio che oggi appare così disperso». E se dovesse sognare? «Vorrei un'altra grande mostra sulla Milano capitale, aggiornata dopo vent'anni di scavi e di ricerche approfondite. Dove parlare anche del palazzo imperiale e del teatro romano. I resti devono far comprendere anche l'importanza che aveva questa città: proprio come diceva il poeta Decimo Magno Ausonio».