Io ancora una volta sento di dover dichiarare che non milito. Che non mi definisco nemmeno un critico d'arte. Sono solo uno storico dell'arte che si è educato ed esercitato sull'arte antica ma che ama di pari amore l'arte moderna pur cercando di scriverne il meno possibile. E questo soltanto perché so di non conoscerla così capillarmente come dovrei per parlarne autorevolmente». Così scriveva Giuliano Briganti nell'articolo dal titolo "Dibattete, dibattete un bel niente resterà" apparso su Repubblica il 5 dicembre 1984. Lo studioso rispondeva al testo pubblicato circa un mese prima (il 9 novembre), sempre su Repubblica, dall'amico Renato Guttuso, che, partendo dal caso delle false "Teste" di Modigliani, si scagliava contro l'arte moderna, intendendo con questo termine piuttosto l'arte a lui contemporanea. L'artista giungeva così alla conclusione, dal tono certo paradossale, che «molta parte della cosiddetta "arte moderna" è intrinsecamente falsa». L'immagine che, con grande modestia, Giuliano Briganti presenta di se stesso nell'articolo del dicembre 1984 corrisponde solo parzialmente alla sua personalità di studioso. È vero che si era formato come storico dell'arte "antica" con Roberto Longhi e che sulla pittura del Cinquecento si era laureato con Pietro Toesca, ma è vero altresì che aveva studiato e scritto d'arte moderna fin da giovane: e poi non si limitava alle recensioni di mostre e di libri, ma scriveva articoli fortemente critici contestando competenze e proposte, anche legislative, di uomini politici, ministri o direttori del ministero dei Beni culturali, sull'ordinamento dei musei, delle soprintendenze, i piani urbanistici di Roma, la conservazione o il restauro di monumenti. Rispondeva inoltre a polemiche sorte sull'acquisto, la vendita o la semplice esposizione di dipinti, d'incerta autografia, da parte di musei pubblici. Diremmo oggi che combatteva una battaglia in difesa dei beni culturali. E quindi in qualche modo, seppure mai iscritto ad un partito politico, "militava". Giuliano Briganti che nasceva Il 2 gennaio 1918, esattamente cento anni fa, e che è scomparso nel 1992 era insomma uno storico dell'arte prestato, ma solo prestato, al giornalismo. Perché Giuliano prese anche parte, insegnando per vent'anni, alla vita universitaria, accolse studiosi e studenti nel suo studio romano di via della Mercede a Roma, prese parte al mercato dell'arte. Ma non fu mai soltanto un giornalista e meno che mai un divulgatore, non fu mai esclusivamente un professore universitario, un collezionista amico dei mercanti. Fu tutto questo e non lo fu mai in maniera esclusiva. Nella prefazione a Il viaggiatore disincantato raccolta dei suoi articoli su Repubblica pubblicata da Einaudi nel 1991 spiegava: «Sono certo che scrivere per un giornale, se si considera seriamente quale è lo scopo, può essere più difficile che scrivere per una rivista specializzata». E lui lo sapeva bene perché proprio da un mensile di politica e letteratura era iniziato il suo lavoro di scrittura nel 1937 ed era proseguito, l'anno seguente, per una rivista specializzata, La critica d'arte di Carlo Ludovico Ragghianti e Ranuccio Bianchi Bandinelli. Scrisse poi su Cosmopolita. Settimanale di vita internazionale, rivista fondata da Alessandro Morandotti senior nella capitale appena liberata. Nel 1950 partecipa alla nascita di Paragone Arte, fondata da Roberto Longhi, con Francesco Arcangeli, Ferdinando Bologna e Federico Zeri. Negli anni '60 escono i suoi libri più noti, La Maniera Italiana del 1961, Pietro da Cortona o della pittura barocca e Il Palazzo del Quirinale entrambi del 1962, Gaspar van Wittel e l'origine della veduta settecentesca del 1966. Nel 1965 Scalfari lo chiama all'Espresso, e, secondo quanto ricorda Giuliano stesso, gli insegna a scrivere per il pubblico del giornale. «Sono molto grato ad Eugenio Scalfari ricorda Briganti introducendo la raccolta dei suoi articoli che, sulla fiducia mi ha avviato, del tutto inesperto, a questo lavoro. Dal quale ho imparato almeno due cose: due cose che ritengo preziose per uno storico dell'arte. La prima è che in sei o sette cartelle (che è appunto lo spazio di un articolo) si può dire molto su di un argomento, moltissimo anzi, persino, in alcuni casi, tutto l'essenziale che può servire. La seconda è che anche le situazioni più complesse, i nodi culturali più complicati, possono essere disciolti in un discorso chiaro e portati su di un livello comprensibile ai più». Queste due regole Giuliano le ha seguite per tutto il tempo che ha scritto sui giornali. La collaborazione all'Espresso ebbe vita breve. Giuliano scrisse sul settimanale come unico critico d'arte per circa due anni, poi Scalfari, forse per pungolare quella che riteneva la pigrizia dello studioso propenso a prendersi almeno due mesi di vacanze estive, gli affiancò Maurizio Calvesi e questo intervento segnò il progressivo allontanamento di Briganti, che lasciò il settimanale nel '68. Ma quando nacque Repubblica, nel gennaio 1976, Eugenio Scalfari lo scelse di nuovo e lo volle fin dal primo numero: cominciò così una collaborazione appassionata che durò per 16 anni. Fino alla sua morte.
la Repubblica
2 Gennaio 2018
Quando la bellezza arrivò sui giornali
LA
Laura Laureati
la Repubblica
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