Ottantanove milioni di sterline è il valore della collezione del British Museum nello stato patrimoniale. Un valore risibile quello dichiarato dal museo di Londra, che conta oltre 8 milioni di opere e manufatti di tutti i tempi e nel patrimonio 2016 ha messo in fila solo gli acquisti dal 1 aprile 2001. Poca cosa rispetto a beni patrimonio dell'umanità come la Stele di Rosetta. Conoscere i valori patrimoniali degli asset culturali non è semplice, ma può servire a far capire come valutare la redditività del nostro patrimonio artistico e se il valore economico che genera è adeguato e misura la sua capacità di attrarre il pubblico. E allora quanto vale l'arte nei musei italiani e quali sono le consistenze in beni artistici dello Stato italiano? L'Italia, famosa per i suoi 53 siti Unesco e per lo sconfinato patrimonio artistico-culturale che attira milioni di turisti, può essere rappresentata da un valore patrimoniale dei beni culturali mobili, per quanto approssimato per difetto? Si riesce a rintracciare una risposta nelle pubblicazioni della Ragioneria Generale dello Stato, analizzando i valori inseriti nel «Patrimonio dello Stato» al 2016 e degli anni precedenti: ebbene, il valore del patrimonio culturale mobile risulta essere 174,8 miliardi di euro. Che cosa contiene questo dato? Nelle "attività non finanziarie prodotte" vi sono i beni materiali e immateriali prodotti e gli oggetti d'arte. Tra i beni materiali prodotti si annoverano gli oggetti di valore, tra cui i beni di antiquariato pari a 11,1 milioni di euro. Mentre negli oggetti d'arte troviamo tutti i beni mobili di valore culturale: dalle biblioteche e archivi ai beni storici, artistici, demo-etno-antropologici, archeologici, paleontologici, librari e archivistici, per un valore di 174.808 milioni. Sommando entrambi i valori il totale è appunto 174.818 milioni di euro. Se proviamo anche a inserire le consistenze degli immobili artisticoarcheologici, rintracciate tra i "Beni materiali non prodotti", pari a 21,7 miliardi, e le sommiamo ai valori delle aree archeologiche e dei terreni sottoposti a tutela, pari a 495,8 milioni, e al valore dei beni immobili demaniali artistici e storici, pari a 22,2 milioni (35,5 sul totale dei beni immobili dello Stato), si totalizzano 44.486 milioni di euro, poco meno del doppio della Manovra 2017 (22,5 miliardi). Tutti i beni artistici e culturali mobili e immobili portano in dote allo Stato 219,3 miliardi di euro. Dal confronto tra le consistenze 2012-2016 delle attività non finanziarie prodotte risulta una variazione positiva di 25.180 milioni (8,9) dovuta principalmente all'incremento del valore degli "oggetti d'arte", passati da 158,7 miliardi a 174,8 (10). E, a sorpresa, si scopre che il vero tesoro italiano sono i "beni archivistici", che passano da 132,8 a 149,5 miliardi (12,56). Il nostro tesoro è di carta e vale tra beni archivistici e librari il 96,3 del patrimonio mobile, molto più di quello artistico pari solo al 2,9 del valore totale (solo 5 miliardi). Antonio Tarasco, professore associato di Diritto amministrativo e dirigente della Direzione Musei del Mibact, nel libro «Il patrimonio culturale. Modelli di gestione e finanza pubblica», edito nel 2017 dall'Editoriale Scientifica, ha analizzato i dati patrimoniali dello Stato. E spiega così il paradosso: «I valori dei documenti archivistici, così come dei beni librari, costituiscono un dato oggettivo, non frutto di opinabili valutazioni come, invece, nel caso dei beni archeologici, storico-artistici e architettonici. L'applicazione dei valori in alcuni casi, per libri e archivi, costituisce un mero calcolo aritmetico, in altri no. Ma alla base di tutto prosegue lo studioso vi è un generale disinteresse per la valutazione economica del patrimonio culturale». Come far fruttare il patrimonio Ma a che cosa servono tutti questi dati? E come sono stati rilevati? Le informazioni derivano da tre fonti: il Conto del Bilancio, il Conto del "Dare ed Avere" della Banca d'Italia e le scritture riepilogative di quelle elementari utilizzate nella fase costitutiva degli elementi del patrimonio (inventari, buoni di carico, ecc.). Nulla di più ci ha risposto il ministero dell'Economia e delle Finanze (Mef) quando abbiamo posto le domande su quali siano i princìpi contabili che hanno determinato i valori dei beni artistici: si è considerato il costo storico? Il valore di mercato? Il fair value? Chi ha fornito i dati? Sono stati dichiarati tutti i beni artistici o solo quelli esposti alla fruizione del pubblico? Per ora ci accontentiamo di analizzare i dati nel dettaglio che fanno riferimento alle consistenze di istituzioni museali e di alcune soprintendenze. Di certo dopo la riforma Franceschini e il ridisegno delle autonomie dei musei e dei poli sarà utile capire nel 2017 come verranno determinate queste consistenze nel patrimonio statale. Lo abbiamo chiesto alla Ragioneria dello Stato, tramite il Mef, ma per ora no comment. Eravamo partiti dalla collezione del British Museum da 89 milioni di sterline: il suo valore impallidisce di fronte a 1,9 miliardi di euro delle raccolte delle Gallerie degli Uffizi insieme al Corridoio Vasariano contabilizzate nel 2016. A seguire, le collezioni delle Gallerie Estensi di Modena (984 milioni di euro), quelle della Soprintendenza per il Colosseo e Museo nazionale romano (151,5) e quelle della Pinacoteca di Brera (52,1 milioni), solo per citarne alcuni. Tuttavia valori ben inferiori a quello dell'Archivio di Stato di Firenze di oltre 20 miliardi. Risorse e investimenti Torniamo ora alla domanda iniziale: a che cosa servono questi dati? Contrariamente a quanto si possa pensare, non esistono ancora strumenti sviluppati e omogenei per conoscere il profilo economico dei beni culturali statali. Sul piano finanziario le indagini esistenti (Istat e Sistan) vanno a monitorare i consumi culturali ma non il valore degli asset culturali. «La mancanza di strumenti soddisfacenti per misurare il legame tra economia e patrimonio culturale non esclude che vi sia un nesso diretto e indiretto», spiega il professore Tarasco. «Bisogna registrare il fenomeno dell'assoluta inadeguatezza della rappresentazione contabile del valore economico del patrimonio culturale all'interno del Conto generale del patrimonio dello Stato spesso foriero di sottodimensionamento delle risorse necessarie al settore o, al contrario, sovradimensionamento sul leitmotiv dell'investimento nei beni culturali come cura ai problemi economici del Paese». Il confronto con i musei del mondo Ignorare il valore contabile del patrimonio culturale, soprattutto, ci espone a un rischio: «Quello dell'impossibilità di prevedere esattamente le risorse finanziarie di cui il settore necessita e non giungere a misurare la redditività del patrimonio culturale e, in ultima istanza, l'adeguatezza e l'efficacia delle politiche di gestione» conclude Tarasco. Tema sul quale la Corte dei Conti è intervenuta più volte per sottolineare il potenziale dell'asset culturale per lo sviluppo di alcuni settori economici, come il turismo, o per constatarne la gestione carente. Conoscere meglio il valore del nostro patrimonio culturale è utile non solo per conservarlo meglio e valorizzarlo, ma anche per trasformarlo in motore economico Come possiamo pensare di cedere un brand di un museo se non ne conosciamo il suo valore patrimoniale? Secondo i dati ufficiali del 2016, il Louvre ha 35mila opere esposte su 554.731 conservate e 1.793 prestate; 7,1 milioni di visitatori e 111 milioni di euro di risorse proprie, di cui 63 milioni da biglietteria, più 105 milioni dallo Stato, e un utile di 3,9 milioni. A fronte di questi numeri, il museo parigino già nel 2008 pose l'asticella a 400 milioni per cedere il suo brand per 30 anni ad Abu Dhabi. E in Italia? Un caso confrontabile con Louvre Abu Dhabi in materia di cessione dell'immagine, pur nella differenza dei contratti, può essere solo quello del Colosseo. L'Anfiteatro Flavio rappresenta nel 2016 una posta nel patrimonio dello Stato per i beni mobili pari a soli 151,5 milioni di euro, pur avendo registrato 6,7 milioni di visitatori e 39 milioni di introiti netti da biglietteria. In pratica, il suo valore sarebbe pari solo a un triplo rispetto agli incassi annui. Un'autentica assurdità contabile. Non deve perciò meravigliare che dal contratto Tod's del 2011 con la sponsorizzazione dei restauri il Mibact abbia ottenuto soli 25 milioni (peraltro versati solo in parte dall'azienda calzaturiera), mentre l'Associazione Amici del Colosseo, istituita dall'azienda marchigiana, ha guadagnato un'esclusiva dell'immagine del monumento per ben 15 anni. Tardi, troppo tardi, è giunto il monito della Corte dei conti che, nell'agosto 2016, ha avanzato perplessità circa: «quantità e durata dei diritti, in prevalenza diritti d'uso di immagini, spazi e informazioni, concessi allo sponsor».
il Sole 24 Ore
28 Dicembre 2017
✓ Entità verificate
ITALIA-Il valore dell'arte? Nel bilancio 219 miliardi
MA
Marilena Pirrelli
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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