«Il Mibact, ed è la mentalità generale del Paese, pensa solo ai restauri a danno avvenuto». Andrea Carandini, uno dei principali archeologi italiani, presidente del Fondo ambiente italiano, è a Villa Pignatelli per l'incontro interregionale dell'associazione che guida dal 2013. La caduta di due vetrate dalla chiesa del Gesù e di San Domenico Maggiore non lo sorprende. «La sola risposta sarebbe la manutenzione programmata, ma non piace ai politici» dice. Professore Carandini, perché questi crolli nel cuore di Napoli? «Con i restauri si cerca di fermare il degrado e di ritornare alla situazione precedente. Ma sono costosissimi e quindi solo pochissimi beni possono essere restaurati. Invece con gli stessi soldi si potrebbe fare molto di più in modo molto più leggero: la mantenzione programmata. Invece di investire moltissimo su pochissime opere si potrebbe investire la stessa quantità di soldi su moltissime opere e rendere inutili anche i restauri». E perché non si fa? «La manutenzione evita i disastri come questi di Napoli. I restauri sono occasione per i politici che possono inaugurare cantieri. Con la manutenzione ordinaria invece non c'è proprio nulla da inaugurare, è una prassi ricorrente». Più manutenzione e meno restauri, che cosa si può fare? «Questa era l'ottica indicata negli anni Ottanta da Giovanni Urbani, grande direttore dell'Istituto centrale del restauro che non è stato minimanente ascoltato. Anche a Pompei la grande cifra di denaro che l'Europa ci ha dato, invece di essere destinata alla manutenzione complessiva del sito, è stata investita sul restauro del cinque per cento delle case. Alla manutenzione è stato dato un residuo insignificante». E Napoli potrebbe essere un luogo dove fare un grande progetto di manutenzione? «Non credo che sia facile, perché c'è già il cattivo esempio di Pompei. I restauri delle case pompeiane fanno effetto, e in certo senso è bene. Se si potessero fare manutenzione e restauro insieme, sarebbe meglio, ma con le risorse limitate si deve scegliere: serve più mantenere 1.500 case o restaurarne 5?». Ma la soprintendenza dice che si fa manutenzione programmata... «Non bastano 30 operai che vanno in giro. Né è stata ancora messa in piedi a Pompei, è un metodo conoscitivo. E poi tutti i fondi devono essere destinati alla manutenzione, non è un residuo di spesa per un lavoretto di qua e di là. Pompei non ha bisogno di questo, ma di un lavoro sistematico che era quello del progetto che avevamo varato io e Roberto Cecchi, all'epoca segretario generale del Mibact. Se fossi Massimo Osanna direi: "Ho ricevuto l'incarico per i restauri con il Grande progetto, cerco di mettere un po' di fondi per la manutenzione, ma è chiaro quella è un'altra cosa. Vorrei vararla e chiedo al ministero di farla da un certo momento in poi". Invece Osanna dice che fa anche la manutenzione, ma non si può avere botte piena e moglie ubriaca. E se viene un terremoto e Pompei crolla, la città non è scientificamente documentata, è totalmente inedita». È un'autocritica alla categoria degli archeologi? «Certo, chi devo criticare se non gli archeologi. La pubblicazione archeologica non è un bell'effetto multimediale, può servire per comunicare, ma è altro. La mia non è una visione cattolico-barocca della religione del bene culturale ma gotico-protestante. Invece oggi prevale la Kunstarchäologie, con lo storico dell'arte che si mette a frugare nella terra senza avere la minima idea di come si scava, si pubblica, si racconta. L'archeologia stratigrafica è un processo regolare. Ho fatto tante pubblicazioni, ma non un manuale su come si pubblica in archeologia, lo farò. E mi piacerebbe affrontare e studiare un isolato di Pompei nel suo insieme, chissà se succederà». Come salvare il Centro storico di Napoli? «Con la manuteznione. Sono molto amico del ministro Franceschini e ho ammirato tante sue azioni. Ma lui questa cosa non riesce a capirla. Se una persona fa manutenzione alla propria casa non la vedrà andare in rovina e non servirà un restauro a suon di milioni». Lo Stato non è un buon padrone di casa... «Lo Stato fa anche delle buone cose sul fronte tutela, ma dal punto di vista della prevenzione, no». E il Fai come può aiutare? «Intanto dà il buon esempio, non fa restauri milionari, ma mantiene benissimo i propri beni. In più può fare un'opera educativa, fare battaglie culturali. Sono stato presidente del Consiglio superiore dei beni culturali. Il progetto Pompei l'ho varato come una manutenzione programmata insieme a Roberto Cecchi, grande specialista della manutenzione: ma lui non è stato ascoltato, non sono stato ascoltato io, né lo fu Urbani. Il disastro evitato non fa notizia. Se una chiesa viene lasciata così, prima poi qualcosa viene giù».