In un'epoca di fake news, ve ne uscite, nella mostra «Voglia d'Italia, il collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano», con la settima sezione dedicata a "Commerciare il falso". Che fa, professore, vuole provocare? «Ma, no», sorride Emanuele Pellegrini, docente all'Imt, School for advanced studies Lucca, curatore della rassegna a Palazzo Venezia e al Vittoriano di Roma, «È importante sottolineare che quella parte della esposizione non è a sé stante, ma integra la sezione precedente, dal titolo "Fatto in Italia", dove compaiono opere di ispirazione rinascimentale che venivano acquistate come copie e che erano di mano di artisti abilissimi nel rielaborare il modello pur rimanendovi fedeli. Il falso è un'altra cosa, il falso è dolo». Un esempio di copia fatta ad arte? «Abbiamo esposto un piatto con una Faustina, una testa ideale del 1522, prodotto a Pesaro, e uno della manifattura toscana Cantagalli, dell'Ottocento. Si tratta di pezzi acquistati dai collezionisti Usa con il medesimo interesse per l'arte italiana, indipendentemente che fossero del XVI o del XIX secolo». Nella settima sezione avete esposto i lavori di un grande falsario come Alceo Dossena. «Sì, proponiamo il clamoroso caso della sua Annunciazione degli anni Venti, venduta come scultura trecentesca di Simone Martini, ma anche, degli stessi anni, la Maddalena eseguita come opera sua. Del resto, il falso fa parte di un processo storico come gli altri: c'era un artista, un grande artista, e dietro di lui c'era uno storico dell'arte come Frederick Mason Perkins e un antiquario quale Elia Volpi». Furono loro a confezionare il "pacco" dell'"Annunciazione" rifilata alla Frick collection di New York? «Sì, furono scaltri perché inventarono un marmo di Simone Martini, che era pittore, così che non si potessero fare confronti con altre sculture dello stesso autore. E poi miss Frick comprò a Firenze l'opera, pagandola lo sproposito di 150mila dollari, dopo che anche il grande esperto tedesco Wilhelm Bode diede il suo parere positivo». Tra i 10 pezzi della sezione "Commerciare il falso" ci sono anche due lavori del '400. Esistevano già i falsari? «Sì, ma non è il caso dello stendardo processionale di Luca di Paolo di Nicolò con il Martirio di San Sebastiano, prestato dalla Galleria nazionale di Perugia, né della Madonna con Bambino di Francesco Gentili che viene da Assisi. Li abbiamo voluti esporre come tema di riflessione poiché questa seconda opera fu donata all'Italia, insieme ad altre, proprio da Mason Perkins. E la storia di questa tempera su tavola è interessante per il dibattito, infatti, si pensava fossero della stessa mano». Veniamo alla "Simonetta" prestata da Palazzo Pitti. Sembra medicea invece l'ha fatta Riccardo Nobili, fiorentino sì, ma nato nel 1859 e morto nel '39. «Nobili è l'autore di un libro bellissimo del 1922, Gentle art of faking... Abbiamo voluto esporre sia il volume sia la scultura in esso riprodotta, ma accanto a un Busto rinascimentale in marmo di Carrara di anonimo scultore dell'Ottocento che rilegge il XV secolo in chiave Liberty. È stato attribuito al Bastianini, un altro falsario, ed è stato acquistato in America ma sapendo che ci si stava portando a casa un bellissimo fake ». Anche George Washington Wurts ed Henriette Tower, i collezionisti intorno ai quali ruota la mostra di Roma, caddero nella trappola dei falsari dell'Ottocento? «Non lo sappiamo. Nella loro smisurata raccolta c'è anche la copia in scala uno a uno della celeberrima Situla di Gotofredo, realizzata da un valente artigiano milanese negli anni Trenta del '900. Sapevano che non era un avorio del X secolo? Io penso di sì. Credo fossero consci del valore del loro "remake". Del resto, se il Met di New York cercava e acquistava i pezzi della manifattura Cantagalli vuole dire che c'era, e c'è ancora, un gusto raffinato che attribuisce alla copia un valore intrinseco e autonomo, ancora tutto da scoprire e da studiare».