Ireperti più antichi sono quelli dell'Età del Bronzo: resti di capanne, pavimentazioni, ceramiche, fortificazioni. Ma ci sono anche materiali di età tardo romana, la cinquecentesca torre di guardia, il carico di zavorra di un relitto e chissà quante altre testimonianze del passato non ancora venute alla luce. Il tesoro archeologico di Torre Guaceto la riserva naturale a nord di Brindisi è stato solo parzialmente scoperto e presto sarà mappato nell'ambito delle attività concordate con il ministero dei Beni culturali. La grande area verde sarà percorsa metro dopo metro dagli esperti, coordinati dal responsabile archeologico Teodoro Scarano, che registreranno le caratteristiche fisiche di ogni appezzamento di terra, verificando la presenza di materiali archeologici in superficie, di strutture affioranti dal terreno o inglobate in edifici, di cavità naturali o artificiali, pozzi, tratturi, tombe. «L'obiettivo spiega Scarano è realizzare una carta archeologica di tutta l'area protetta, che aiuti il Consorzio di gestione nella programmazione di eventuali interventi e nella razionalizzazione delle attività private e consenta forme alternative di turismo». Per valorizzarlo al meglio, gli archeologi dell'associazione culturale VivArch e gli informatici del Cetma lavoreranno poi insieme, come hanno fatto anche nell'ambito del progetto Smart archaelogical landscape (e come avvenuto per Drawing Egnatia), che racconta la riserva tramite innovativi sistemi digitali. L'esperienza, che utilizza realtà virtuale e aumentata, per ora è possibile solo nell'OpenLab di archeologia del Centro visite grazie a tablet ma in futuro potrà essere effettuata anche nelle aree esterne. Capiterà ai visitatori di passeggiare sugli scogli del promontorio, laddove sono rimasti i segni delle "buche da palo" e, vedere, tramite lo smartphone, che in quel posto c'era una capanna. «Oppure si potrà capire com'erano realizzati gli insediamenti sui due Scogli di Apani, un tempo attaccati alla costa, che rappresentano un vero e proprio deposito archeologico di reperti dell'Età del Bronzo», dice Scarano. La storia di Torre Guaceto, del resto, si perde nei secoli, come mostrano anche i reperti del laboratorio di archeologia della riserva, attualmente visibili solo durante le visite in laboratorio ma che tra qualche anno potrebbero essere esposti in un piccolo museo. Perché a Torre Guaceto nonostante le difficoltà legate negli ultimi mesi a una serie di danneggiamenti e incendi si continua a guardare al futuro. Immaginando i modi per coniugare l'essenza di area dall'alto valore faunistico e ambientale, con il recupero e la valorizzazione dei tesori dei secoli passati. «Le presenze archeologiche disseminate nella zona devono fare i conti con la necessità che gli scavi non impattino sull'ecosistema prosegue Scarano per questo stiamo seguendo varie strade, dalla mappatura a Smart archaeological landscape per capire meglio il passato e consentirne un racconto ai visitatori». Un obiettivo più facilmente raggiungibile sulla costa, dove le aree abitate fin da 3.500 anni fa ricadono in zone demaniali, e un po' più complesso all'interno, dove esistono aziende, campi coltivati, abitazioni. E dove tante sono le segnalazioni di possibili tracce archeologiche, «che devono essere verificate una per una». Ma non sempre riservano belle sorprese. Qualche anno fa, per esempio, i sub scesero in mare per verificare le segnalazioni effettuate negli anni 60 dagli archeologi del museo di Brindisi e trovarono solo parte dei reperti, che potrebbero essere stati spostati dalle onde o trafugati.