IN UN'Europa che si è scoperta profondamente divisa sui grandi temi politici e che tuttavia sente il bisogno di allargare i suoi confini e darsi allo stesso tempo un modello di unità, l'interrogativo se esista una vera identità culturale europea costituisce una delle sfide intellettuali di oggi. Cosa accomuna culturalmente la Norvegia con le isole greche, le rive del Baltico con la Scozia o con i Balcani e anche Parigi con Berlino con i loro milioni di immigrati oltre alla storia e alla geografia? E' un tema che ricorre sempre più spesso nei dibattiti, nel teatro, nei festival letterari. Poco meno di vent'anni fa là indimenticabile Melina Mercouri, l'attrice di Mai di domenica, poi diventata ministro della Cultura di Greci, inventò la formula della capitale europea della cultura, una formula che ebbe tanto successo che, in alcuni anni, in luogo di una capitale se ne dovettero fare due e che la Commissione di Bruxelles ha deciso ora di rivederla nei criteri di designazione e di finanziamento. In attesa di aver la Capitale europea della Cultura a Genova l'anno venturo, siamo andati a dare uno sguardo in Austria, a Graz, che tiene lo scettro fino al 31 dicembre e lo passerà al capoluogo ligure il primo gennaio del 2004. Graz è il capoluogo della Stiria, regione verdissima e amena, disseminata di castelli e di villaggi che albergano la più reazionaria destra d'Europa. Ha un centro storico antico, perfettamente conservato con la sua grande università , con quarantamila studenti su duecentocinquantamila abitanti, è in realtà una città giovane, punto d'incrocio tra tradizione e avanguardia, tra classicità e modernismo. E' anche uno snodo tra il mondo germanico e quello slavo, un luogo di confine che ha costruito la sua fortuna sugli scambi e sui commerci. Nel secondo dopoguerra, con la guerra fredda si è trovata collocata alle soglie di un mondo impenetrabile ed è stata condannata a una certa marginalità. La fine dell'era dei blocchi le ha restituito la funzione, che aveva già nell'impero austroungarico, di punto di accesso all'Ungheria, alla Slovenia e, in genere, a tutta l'Europa dell'Est. Fedele a questa sua vocazione a fungere da incrocio tra etnie e lingue diverse, Graz ha costruito il suo programma di provvisoria capitale culturale su degli eventi fondati, appunto, sulla diversità: una sorprendente mostra chiamata La torre di Babele, ospitata nell'immenso castello di Eggenberg, sull'origine dei vari linguaggi e della scrittura; un'altra, pensata per il periodo pasquale, sui riti, le musiche e le celebrazioni che questa stagione suggerisce alle tre grandi religioni monotei-ste; un'altra ancora, chiamata "Balkan-Konsulat", dedicata agli artisti contemporanei di quel labirinto culturale che è l'Europa sud-orientale. Né Graz si è lasciata sfuggire il grande, inquietante tema dell' estraneità, con un testo teatrale di Henning Mankell, popo-larissimo scrittore di romanzi polizieschi che vive tra la Svezia e il Mozambico, sulla vita degli immigrati africani in Austria. Forse per dissipare la tentazione di definire la Stiria, e attraverso di essa l'Austria intera, con il nome di Haider e con le sue politiche retrograde e nostalgiche, Graz oltre a perseguire il tema della molteplicità, si è prefissata un secondo obiettivo: quello di stupire e provocare. Nel bel mezzo del fiume Mur, in modo da collegare i due centri importanti della città, l'artista newyorkese di origine italiana Vito Acconci ha costruito una conchiglia di vetro e acciaio che poggia sull'acqua e che serve da centro multifunzionale per incontrarsi, discutere e ascoltare musica, Graz ha reinventato così un ruolo che si era già data nell'ultimo dopoguerra quando si atteggiò a capitale dell'avanguardia artistica austriaca e fece di un caffè trasformato in centro di dibattiti nel mezzo del parco cittadino il suo luogo simbolico. Bilbao con la sua Guggenheim avveniristica ha dimostrato che basta una struttura architettonica stupefacente per rinnovare una città. Graz non ha voluto essere da meno : il nuovo museo d'arte moderna firmato da due architetti inglesi ha un aspetto che sta a metà tra un'astronave e un mollusco gigantesco. All'architettura visionaria e radicale, alla rinuncia alla ragione e alla funzionalità, ha .dedicato anche una mostra curata dall'architetta di origine iraniana, Zaha Hadid. Ma il gesto davvero sorprendente Graz lo ha fatto allestendo un intero festival sul più controverso, diffamato e scandaloso degli scrittori che hanno abitato la città, Leopold von Sa-cher Masoch. Meno noto del suo opposto patologico, il marchese de Sade e simbolo come lui di trasgressioni e perversioni sessuali, Sacher Masoch scrisse a Graz quel Venere in pelliccia che è uno dei classici della letteratura erotica mondiale. Gli organizzatori hanno creato attorno al masochismo, un fenomeno me-; no studiato nelle sue implicazioni culturali di quanto non lo sia stato il sadismo, il tema di una serie dì mostre, film, letture, dibattiti e concerti. E non v'è dubbio che abbiano tenuto presente, oltre alle esigenze della cultura e della scienza, anche-quella dei media e della visibilità. Se l'idea di designare ogni anno le capitali europee della cultura ha un senso, d'altronde, sta proprio in questo. Nel far sì che la città designata faccia una proposta e lasci un' impronta; non una serie anche suntuosa di manifestazioni ma un segno culturale preciso e inconfondibile. Perché è questa l'identità culturale dell'Europa, non la sua compattezza ma la sua molteplicità. Come Genova ha scelto per il prossimo anno il mare, un elemento che davvero ne permea lo spirito e la vita, così Graz è andata a ricercare nel suo passato la sua funzione di crocevia commerciale e culturale che le è stata propria e l'ha riproposta strizzando un occhio alle mode correnti ma anche con disinvoltura e abilità.