Matera, sassi e chiese rupestri, sono patrimonio dell'umanità dal 1993 (De Agostini Getty Images) Protetta dall'Unesco dal 1993, nel 2019 la città sarà anche la capitale europea della cultura. Come si sta preparando? Arrangiandosi con una certa dignità. Reportage fra selfie stick e grandi bellezze La piccola babele delle città turistiche c'è tutta. In un weekend di fine ottobre, per le strade e i vicoli di Matera aleggia quella consonanza di idiomi foresti che fa la gioia di ogni albergatore, ristoratore, direttore di museo o venditore di selfie stick. E, davanti alla vetrina di una merceria che espone un improponibile «perizoma pancerato», esplodono dileggi in ogni italico accento. È ufficiale: con i vantaggi e i rischi che comporta, Matera è uscita definitivamente della marginalità. Chi dice di non esserci mai stato suscita meritati mormorii di disapprovazione. Da «vergogna nazionale», come Togliatti definì i Sassi in una visita nel 1948, a meta obbligata delle vacanze intelligenti eo modaiole, la città deve tutto o quasi all'Unesco che, nel 1993, ha dichiarato i Sassi "Patrimonio mondiale dell'Umanità". Anche la designazione a "Capitale europea della cultura 2019" è una diretta conseguenza di quel bollino. «Prima era una città che cominciava per Ma, come Macerata o Maratea, e quasi nessuno sapeva bene dov'era sulla carta geografica» dice Paolo Verri, direttore della Fondazione Matera 2019, che cura il programma artistico della manifestazione, intitolata Open Future e dotata, sulla carta, di 52 milioni di budget. Tutti italiani. È stato l'ottavo sito italiano su 53: il primo al Sud. E l'Unesco, cui oggi si rimprovera di fare politica ma come si può non farla, facendo cultura? ha svolto un ruolo terapeutico. Ha scosso l'orgoglio, cancellato la vergogna, alzato la testa di questa piccola e antichissima città da 60 mila abitanti in gran parte ipogea, cioè sotterranea, scavata nella roccia per venire a patti con la siccità. E ha risvegliato la memoria: in quegli anni in cui i lucani di buona volontà come l'urbanista Pietro Laureano, consulente dell'Unesco per le zone aride, si impegnavano nel rileggere la storia di Matera e nel redigere i rapporti che hanno consentito di inserire i Sassi nella lista del Patrimonio, due architetti, Mattia Antonio Aciti ed Enzo Viti, intenti a risistemare la piazza che affaccia sul Sasso Barisano, scoprivano nella fase di scavo il Palombaro Maggiore. È un'enorme, stupefacente cisterna realizzata ai primi dell'800 nel secolare sistema di raccolta delle acque, caduto in disuso sotto il fascismo e dimenticato con la costruzione dell'acquedotto e lo sfollamento dei Sassi negli anni 50. Qualcosa, sulla memoria sommersa e riemersa della città, il Palombaro Maggiore la racconta.