«UN'ICONA della ricerca e della sperimentazione viticola ed enologica italiana nel mondo» la definisce Piero Mastroberardino, amministratore delegato dell'azienda di famiglia, che è partner da 20 anni del Parco archeologico di Pompei. Mastroberardino parla dei vigneti reimpiantati a partire dal 1994 nelle aree verdi delle Regio I e II per un'estensione di più di un ettaro, ripartito su 15 appezzamenti di diversa estensione e per una resa potenziale di 30 quintali di uva. La vendemmia nel Vigneto del Triclinio Estivo e nel Foro Boario è stata preceduta da un brindisi con due bottiglie di "Villa dei Misteri" 2009. Autentici pezzi da collezione che - come spiega Piero Mastoberardino, che insegna Economia e gestione delle imprese all'università di Foggia - «sono destinati all'alta ristorazione e agli amanti del vino di tutto il mondo: a Pompei produciamo dalle 1.000 alle 1.500 bottiglie all'anno, proprio perché il progetto è focalizzzato sulla vite e non sul vino». Le uve Piedirosso riempiono le cassette in legno, il rosso intenso degli acini si sposa con il giallo-verde delle foglie e il grigio delle murature antiche. Sullo sfondo, il Vesuvio. Una produzione unica la mondo, come unica è stata la possibilità di reimpiantare in maniera filologica viti negli stessi punti dove i pompeiani le coltivavano duemila anni fa, fino al giorno dell'eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo. Proprio sul valore della ricerca insiste il direttore del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, che annuncia per il 2018 borse di studio «per la ricerca sui vigneti antichi. Questo progetto finora ha assicurato al settore tante nuove conoscenze: le borse sono riservate a chi si dedicherà allo studio e al confronto tra le tecniche di viticoltura moderna nell'area vulcanica e i metodi antichi». Osanna ha voluto anche ricordare la figura di Annamaria Ciarallo che, da responsabile del Laboratorio di ricerche applicate di Pompei, volle più di 20 anni fa avviare la sperimentazione, attraverso lo studio degli acini carbonizzati rinvenuti nel corso degli scavi. «La collaborazione tra noi e l'azienda Mastroberardino spiega Osanna - segnò un momento pioneristico nel rapporto tra pubblico e privato nei beni culturali. Si è riproposta una modalità di coltivazione antica, si sono raccolti dati scientifici che hanno accresciuto le nostre conoscenze sulla viticoltura romana». E mentre Osanna ricorda il valore e il significato del vino nella cultura antica, come occasione di socializzazione e di comunicazione tra gli uomini, Piero Mastroberardino spiega come, accanto alle uve Piedirosso e Sciascinoso, da alcuni anni è stato introdotto negli scavi anche l'Aglianico. «Dopo avere fallito qualche annata - dice - abbiamo capito che questa varietà di uva alle falde del Vesuvio, rispetto all'Irpinia, per la consistenza del terreno e per il clima più caldo, esplode prima e quindi abbiamo adottato una coltivazione ad alberelli, per rendere più lenta la maturazione ». Mastroberardino ha annunciato che finanzierà il restauro del triclinio in muratura che si trova nel vigneto omonimo: lo seguirà l'archeologa Marialaura Iadanza, funzionaria responsabile del settore degli scavi dove ricadono i vigneti. (antonio ferrara)