La metà dei beni italiani è esposta a frane e alluvioni. Ma non esiste un censimento unico del degrado. L'allarme lanciato dal Fai: si interviene solo di fronte all'emergenza, così i costi sono molto più elevati La Basilica di Santa Croce? Uno dei quasi 80mila beni culturali italiani a rischio frana o alluvione secondo la mappa delle bellezze italiane esposte ai rischi naturali realizzata dall'Ispra e presentata nel giugno scorso insieme a un piano di interventi per la messa in sicurezza dell'intero territorio italiano, con 10 miliardi a disposizione e 1.500 cantieri in corso o ultimati. Più di tremila sono a Roma e quasi 1.300 a Firenze. A Roma i beni esposti a rischio idraulico con un tempo di ritorno di 500 anni (quindi con una probabilità che l'evento si verifichi in questo arco di tempo) sono 2.140 e l'area inondata comprenderebbe buona parte del centro storico, coinvolgendo Piazza Navona, Piazza del Popolo e il Pantheon. A Firenze, invece, i beni a rischio idraulico con ritorno di 200 anni risultano essere 1.276 e tra questi ci sono la Basilica di Santa Croce, la Biblioteca Nazionale, il Battistero e la Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Ai beni nelle grandi città, si aggiungono decine di borghi dove ci sono fenomeni di dissesto tra cui Volterra e Civita di Bagnoregio, la Rupe di S. Leo in provincia di Rimini e la chiesa di San Pietro a Roccascalegna in provincia di Chieti. Per non parlare dell'enorme area colpita dal terremoto del centro Italia e dall'entità dei danni provocati ai beni culturali di Lazio, Marche, Umbria. In pratica, soltanto basandosi sui dati di questa ricerca, si potrebbe dire che quasi la metà dei beni culturali italiani sono a rischio. In alcuni casi si è intervenuti, come a Pompei dove si è ottenuto un finanziamento di tre milioni e si sono avviati lavori per allontanare il problemi legati a infiltrazioni d'acqua. In ogni caso, però, i dati dell'Ispra si riferiscono a rischi provocati da frane o alluvioni, non a incidenti come quello che è costato ieri la vita al turista spagnolo all'interno della Basilica di Santa Croce. Non si parla di beni sottoposti a fenomeni di degrado e abusivismo come le Mura Aureliane o la Domus Aurea o il Parco dell'Appia Antica a Roma oppure beni meno noti ma comunque di valore come la chiesa dell'Annunziata a Palermo, sequestrata per evitare crolli dovuti al forte degrado dell'edificio. I beni culturali a rischio, in realtà, quindi sono molti di più, ma nessuno è in grado di fornire dati certi. Dall'ultima rilevazione Istat sul patrimonio culturale emerge che in valori assoluti, si contano più di 2,1 milioni di edifici storici abitati, di cui il 40 circa non risulta in buono stato di conservazione. Oppure risulta che ci sono circa due edifici per chilometro quadrato, una pressione che provoca forti rischi quando ci si riferisce a aree di particolare pregio ambientale e paesistico, soprattutto nel Mezzogiorno. Esiste poi una classifica realizzata ogni anno dal Fai che raccoglie le segnalazioni sui luoghi del cuore a rischio per salvarli dal degrado. Emergono così le situazioni di estrema difficoltà in cui si trovano luoghi di estrema bellezza come il Castello di Sammezzano a Reggello, in provincia di Firenze, il complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo in provincia di Alessandria, la Cittadella di Alessandria o il Parco Archeologico di Capo Colonna in provincia di Crotone. «Ci troviamo di fronte a una materia di estrema complessità - spiega Federica Armiraglio, responsabile del Progetto dei Luoghi del Cuore del Fai - Alcuni edifici sono di competenza delle Soprintendenze, altri delle Diocesi, altri dei comuni, altri sono di privati. Non sempre si tratta di soggetti che hanno le risorse o anche la capacità di progettare interventi. Forse uno dei problemi principali riguarda proprio la tendenza a programmare interventi soltanto quando ci si trova di fronte a un'emergenza, quindi dovendo sostenere costi molto più elevati».
La Stampa
20 Ottobre 2017
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Flavia Amabile
La Stampa
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