«La città che nella tradizione ha dato origine a Roma non è mai esistita» Le tesi dell'archeologo Franco Arietti È un mito, una leggenda sopravvissuta ai millenni con il suo potente carico simbolico. Non è vero, come pensavano i romani, che sia stata distrutta dall'altrettanto mitico re di Roma Tullo Ostilio (uno dei 7 da imparare a memoria a scuola) intorno al 675 a.C. con gli abitanti poi trasferiti a Roma. La scoperta è di Franco Arietti, archeologo della Soprintendenza Archeologica, che ha in curriculum ritrovamenti come le mummie romano-egizie di Grottaferrata e la «Tomba principesca del Vivaro». Ricordate la mitica Alba Longa, la città fondata dal figlio di Enea, Ascanio, di Rea Silvia, principessa costretta a diventare casta vestale, ma che fecondata dal dio Marte in persona, aveva partorito Romolo e Remo, futuri fondatori di Roma? La patria dei fratelli Curiazi, opposti ai romani Orazi in una sfida all'ultimo sangue che avrebbe segnato il destino glorioso della Città eterna? Beh, dimenticate tutto. Alba Longa non è mai esistita. È un mito, una leggenda sopravvissuta ai millenni con il suo potente carico simbolico. Non è vero, come pensavano i romani, che sia stata distrutta dall'altrettanto mitico re di Roma Tullo Ostilio (uno dei 7 da imparare a memoria a scuola) intorno al 675 a.C. con gli abitanti poi trasferiti a Roma. La scoperta è di Franco Arietti, archeologo della Soprintendenza Archeologica, che ha in curriculum ritrovamenti come le mummie romano-egizie di Grottaferrata e la «Tomba principesca del Vivaro». Spiega Arietti, che sul tema ha scritto un libro appena uscito, «Alla scoperta della Via Sacra»: «Da almeno 150 anni si dibatte sull'esistenza o meno di Alba Longa, con un'immensa produzione letteraria e l'identificazione di almeno 15 siti. Entrambe le posizioni avevano dei punti di forza: per i sostenitori era l'unanimità delle fonti antiche sulla presenza storica della città. Gli oppositori invece ritenevano, con argomenti ineccepibili scientificamente, impensabile immaginare, addirittura nell'Età del Bronzo, una realtà insediativa attorno al lago Albano capace di "fondare" tutte le città del Lazio». Ma come è arrivato Arietti a una scoperta così decisiva? «A fare il miracolo è stata la Via Sacra, che portava al celebre santuario di Giove Laziale, venerato per oltre mille anni, fino alla fine dell'Impero. È nel territorio di Rocca di Papa e arriva al Monte Albano con un tratto di basolato che si conserva per oltre 2 chilometri. È il tratto di strada romana più lungo del mondo e da due millenni nascondeva un grande segreto. C'erano delle "N"e "V" scolpite sui basoli, ma solo nell'ultimo tratto, più stretto e lungo circa 800 metri fino alla vetta: un unicum nella sterminata rete viaria romana. Già si era scoperto che stavano per "novus" e "vetus", nuovo e antico, evidentemente riferite a un rifacimento della strada. La Via si poteva percorrere solo a piedi e secondo severe norme religiose. Da qui salivano al tempio i grandiosi cortei delle Ovationes, i Trionfi dei condottieri vittoriosi, le solenni processioni annuali e le delegazioni dei popoli del Lazio per i riti delle Ferie latine in primavera». Da qui Arietti ha compreso che la strada, che si stacca dall'Appia Antica presso Ariccia, diventa «Sacra» proprio nel punto esatto in cui varca la delimitazione sacrale del bosco sacro di Giove Laziare (o Laziale), il più potente dio latino: «E "sub Albano monte", Tito Livio pone la città madre dei Latini. Per Livio il Monte Albano, e lo cita oltre 30 volte in circostanze diverse, è sempre e solo il lucus, il bosco sacro. Esattamente come tutte le fonti antiche quando alludono a Giove Laziale. Come Dionisio d'Alicarnasso, che la situa "vicino al monte cha arriva sul lago", dove però non c'è spazio per costruire una città». Alba Longa non c'è mai stata, ma i romani ne hanno comunque «inventato» la reggia. La leggenda deve essersi rafforzata soprattutto nel III secolo a. C.: con le Guerre puniche Roma aveva bisogno di celebrare la propria supremazia anche culturale sui popoli del Mediterraneo. Spiega Arietti: «La delimitazione sacrale separa nettamente due spazi, uno per gli dei e uno per gli umani. Erano lo stesso Monte Albano e l'area sottostante, la spianata del Prato Fabio, troppo piccola, col suo ettaro, per avere ospitato davvero una reggia antica». Insomma, per i romani, gente pratica, gli irreali re del mito andavano comunque collocati «in uno spazio reale, come il tempio per le divinità». E aggiunge: «In origine e per secoli, il Latium vetus era piccolo, compreso tra Tevere e Aniene, con un cuore di roccia, cioè il massiccio vulcanico dei Monti Albani. E Alba e il Monte Albano incarnano simbolicamente l'ethnos latino. Infatti, il mitico Re Latino, alla sua morte viene venerato sulla vetta come Iuppiter Latialis, Giove Laziale. In questa dinamica, la celebre frase di Tito Livio "Omnes Latini ab Alba oriundi", tutti i latini discendono da Alba, vale più di mille parole per spiegare l'importanza storica della città mai esistita». A supportare l'intuizione di Arietti c'è il fatto che già nel 1920 gli scavi nella zona di Prato Fabio avevano riportato alla luce solo una cisterna e delle mura: troppo poco per far pensare a una città e anche a una reggia. Ma il tempio di Giove Laziale, frequentato e venerato fino alla fine dell'Impero, che fine ha fatto? Non è mai stato trovato, ma ora sarebbe più difficile che mai: anche perché l'area identificata, a Rocca di Papa, ospita ora una selva di tralicci per le comunicazioni radio e tv. L'ordinanza del locale Comune del 2003 per lo smontaggio è stata impugnata ma le aziende, fra cui Mediaset, hanno perso il ricorso. E mentre la battaglia delle carte bollate prosegue, Giove continua forse a proteggere Roma dall'alto, nel suo sonno millenario. Tito Livio diceva che «tutti i latini discendono da Alba Longa» Dionisio di Alicarnasso la collocava «vicino al monte che finisce nel lago» Il dibattito Negli ultimi 150 anni gli studiosi hanno discusso sull'esistenza della città sacra
Corriere della Sera
15 Ottobre 2017
Alba Longa, tremila anni di un mito L'archeologo: Non è mai esistita
ES
Ester Palma
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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