La decisione statunitense di lasciare, entro il 31 dicembre, lâ'Unesco (che non finanziavano pià già dal 2011), a causa della sua comprovata ostilità allo Stato di Israele, non à manifestamente impropria e sarà utile, si spera, a puntare un riflettore sullâ'inesorabile deriva presa negli ultimi decenni dallâ'agenzia culturale delle Nazioni Unite. A partire dal 2018 gli Stati Uniti resteranno a Parigi dove ha sede lâ'Unesco come «osservatori», sia pure da «non membri». à una decisione presa in extremis, appena un attimo prima che sia nominato alla guida dellâ'Unesco stessa un esponente politico del Qatar, Hamad bin Abdulaziz Kawari, che, al primo voto per lâ'importante incarico, ha ottenuto il maggior numero di suffragi. E il Qatar â" ricordiamolo â" à da tempo identificato come uno dei quattro o cinque Paesi al mondo pià inclini ad alimentare il fondamentalismo islamico. In Italia questo problema à poco avvertito ed à ipotizzabile che allâ'origine della nostra distrazione sia la generosità con la quale lâ'emiro Tamim bin Hamad Al Thani si à sempre mostrato disponibile a investire nel nostro Paese. Lâ'indulgenza italiana nei confronti del Qatar à iniziata ai tempi del governo presieduto da Mario Monti: lâ'economia â" per usare un eufemismo â" andava male e i soldi dellâ'emirato, in quellâ'emergenza, furono considerati benvenuti. Vanno inserite in questo quadro una serie di operazioni immobiliari e finanziarie in Italia. Il Qatar ha acquistato grattacieli a Milano, un bel pezzo di Costa Smeralda, il gruppo Valentino, una parte del gruppo Cremonini, numerosi hotel di lusso. Oltre allo stanziamento di venticinque milioni di euro per la costruzione di oltre trenta moschee e centri islamici nel nostro Paese. Ai tempi in cui presidente del Consiglio era Matteo Renzi, lâ'ex ministro della Cultura del Qatar, il succitato al Kawari, fu ricevuto dal ministro dellâ'Istruzione Stefania Giannini per un accordo con lâ'università romana di Tor Vergata che gli conferà una laurea «honoris causa» (concessa in maniera assai affrettata, tra i mugugni degli accademici pià sensibili al decoro del loro ateneo). Un anno fa Kawari incontrà di nuovo Stefania Giannini e stavolta anche il ministro dellâ'Economia Pier Carlo Padoan assieme a quello della Cultura Dario Franceschini. Questâ'«operazione simpatia» (accompagnata dalla promessa di nuove generose elargizioni) ha fatto sà che lâ'Italia lo abbia sempre appoggiato per lâ'elezione a Direttore generale dellâ'Unesco come successore dellâ'attuale direttrice, la bulgara Irina Bokova. Shimon Samuels, direttore del Centro Wiesenthal, a questo punto ha ricordato alla distratta Italia e agli altri sponsor del discusso uomo politico che fu proprio Kawari a far designare nel 2010 â" sempre dallâ'Unesco â" Doha «capitale della cultura araba»: dopodichà nella fiera internazionale del libro della principale città del Qatar furono esposti ben trentacinque titoli antisemiti tra cui nove edizioni dei Protocolli dei Savi di Sion e quattro del Mein Kampf. Kawari â" come proprio ieri ha ricordato sul Foglio Giulio Meotti â" ha per di pià curato (firmandone la prefazione) Jerusalem in the Eyes of the Poets. Un libro che â" avvalendosi di una testimonianza di Roger Garaudy, lâ'ex comunista francese convertito allâ'islamismo pià radicale â" denuncia il «controllo degli ebrei» (sottolineiamo: qui si parla di ebrei, non di israeliani) su media e case editrici degli Stati Uniti. Quanto a Israele, il volume prefato da Kawari stabilisce che lo Stato ebraico «à responsabile per la guerra civile in Libano, per la prima e la seconda Guerra del golfo, per lâ'invasione dellâ'Iraq e dellâ'Afghanistan, per il caos in Sudan e in Egitto». Ma come à possibile che personaggi del genere siano anche solo presi in considerazione per guidare lâ'Unesco? La risposta à sempre la stessa. Il Qatar ha «donato» allâ'Unesco dieci milioni di dollari (non à il solo: lâ'Arabia Saudita ne regalà venti e il re Abdullah fu immediatamente insignito della medaglia per «la cultura del dialogo e della pace»). Per quel che riguarda lâ'Italia, poi, dobbiamo considerarci recidivi in questo genere di impresa: in passato sostenemmo la nomina a quello stesso incarico del-lâ'esponente egiziano Farouk Hosni. Hosni poi saltà allorchà vennero rese note alcune sue prese di posizione inequivocabilmente antiebraiche (tra lâ'altro come ministro della Cultura si era detto disponibile a bruciare «di persona» libri israeliani nel caso qualcuno avesse pensato di introdurli nella biblioteca di Alessandria e aveva fatto bandire dalle sale cinematografiche il film «Schindlerâ's List»). Puà bastare? No. Câ'à un problema specifico tra Unesco e Israele. Esattamente un anno fa lâ'Unesco ha approvato una mozione in cui il Muro del Pianto non veniva pià identificata con il nome ebraico «Kotel» ma con quello arabo «al Burak». A un tempo la Spianata delle moschee di Gerusalemme considerata sacra sia dai musulmani che dagli ebrei veniva chiamata solo con il nome islamico Al Haram Al Sharif. Ne à venuta fuori una tempesta intercontinentale. Persino la Bokova, protestÃ: «Lâ'eredità di Gerusalemme à indivisibile, e ciascuna delle sue comunità ha diritto al riconoscimento esplicito della sua storia e del rapporto con la città », disse. Anche lâ'Italia, che al momento del voto su questa imbarazzante risoluzione si era astenuta, fu costretta a rivedere le proprie posizioni. Si dirà : sono controversie che hanno origini recenti e hanno colto i nostri governi impreparati. Non à cosÃ. La guerra dellâ'Unesco contro Israele inizià nel 1974 quando lo Stato ebraico fu cacciato (per poi essere riammesso due anni dopo) dallâ'agenzia, allâ'epoca guidata dal senegalese Amadhou Mahtar Mâ'Bow. E raggiunse lâ'apice lâ'anno passato quando, assieme alla non riconducibilità a Israele del Muro del Pianto, in una riunione a Cracovia, lâ'Unesco definà Israele «potenza occupante» e la Tomba dei Patriarchi di Hebron un sito «palestinese». Qualcuno sosterrà adesso che la decisione americana di rompere con lâ'agenzia per la cultura delle Nazioni Unite à stata precipitosa. Non à cosÃ. Forse servirà , anzi, a impedire allâ'ultimo minuto utile che lâ'uomo politico qatariota sia chiamato a guidare lâ'organizzazione che per conto delle Nazioni Unite dovrà valutare i danni arrecati da Daesh a Palmira senza ricondurne, per qualche via tortuosa, la responsabilità allo Stato ebraico.
Corriere della Sera
12 Ottobre 2017
MILANO-Le troppe distrazioni dellâ'Italia sullâ'Unesco
PA
Paolo Mieli
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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