«Guglielmo Marconi è stato un esempio di scienza trasformata in tecnologia e di ponte tra Italia e Gran Bretagna», spiega il presidente del Cnr, Massimo Inguscio. Ed è da Marconi che prende il nome la sala dell'ex Osservatorio Svedese del Cnr ad Anacapri, dove il 4 e 5 ottobre si è tenuto l'incontro Italia-Gran Bretagna «High Level Research», organizzato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dall'ambasciata britannica, con la partecipazione dell'Accademia dei Lincei e della Royal Society. Scopo: confrontare le strategie in ambito scientifico dopo la Brexit. È chiaro che, con l'uscita di Londra dall'Ue, un settore come quello della ricerca stia vivendo una fase di forte tensione. La Gran Bretagna, infatti, sta cercando di rafforzare i rapporti con i singoli Paesi membri dell'Unione, sebbene i suoi obiettivi non sia ancora del tutto chiaro. Così, nell'incontro sono stati discussi due temi-chiave: beni culturali e tecnologie quantistiche. Nel primo caso si tratta di tecnologie di resilienza, che assumono anche una funzione sociale. «È una materia che noi italiani insegniamo agli inglesi, perché è dalle nostre catastrofi ambientali che abbiamo imparato come affrontare i problemi di prevenzione, conservazione e restauro - commenta Inguscio -. L'Italia, che ha un patrimonio culturale enorme e che nel Cnr possiede una ricerca multidisciplinare, è riuscita a ideare una serie di strategie diverse. Gli inglesi, quindi, appoggiano le azioni dell'Italia nell'infrastruttura di ricerca "E-Rhis" proprio nell'ambito dei beni culturali. In questo caso la scienza mostra tutta l'utilità che può avere nella società: la ricerca spinge il progresso scientifico e favorisce anche il benessere collettivo». Nell'universo quantistico, invece, ci si bilancia: se l'Italia è più avanti nelle simulazioni sperimentali, nello studio dei sensori e nel calcolo prevale la Gran Bretagna. Realtà complementari, quindi. Con vaste possibilità di collaborazione. La stessa Royal Society è alla ricerca di risposte concrete. «A seguito della Brexit - ha spiegato il direttore, Julie Maxton - ci stiamo ponendo una serie di domande cruciali per la ricerca. Il Regno Unito avrà ancora accesso ai fondi europei? E quali accordi sosterranno la mobilità dei ricercatori tra Regno Unito e Ue?». Se ci sono nazioni come la Svizzera che hanno la possibilità di partecipare a programmi congiunti, concorrendo ai progetti di ricerca europei autofinanziandosi, un possibile obiettivo della Gran Bretagna potrebbe essere proprio questo. Con un particolare, però: la «Brexit» comporta un debito che gli inglesi dovranno saldare prima ancora di dialogare con l'Ue. Ma, intanto, visto il problema dall'altro lato, che ne sarà dei ricercatori italiani in Gran Bretagna? «Abbiamo invitato il governo britannico a fare dei nostri interrogativi una priorità immediata, perché i ricercatori dell'Ue che vivono nel Regno Unito abbiano la certezza di rimanere», commenta Maxton. Intanto, con eventuali progetti congiunti, si potrebbe ottenere una sorta di ritorno di molti ricercatori italiani, se non di fatto, almeno in termini di nuove forme di relazioni, grazie alle quali l'Italia potrebbe avere un arricchimento sia scientifico sia tecnologico. Ma cosa ci guadagnerebbe in cambio la Gran Bretagna? «La Royal Society - sottolinea Maxton - non ha preso posizione sul referendum e tuttavia la maggioranza degli scienziati era contraria all'uscita dall'Ue». Parole che suonano come un avvertimento al governo di Londra: le nuove forme di collaborazione scientifica, ancora da definire, riusciranno a evitare il rischio di un isolamento britannico post-Brexit? E ci potrebbe essere una fuga al contrario di italiani verso l'Italia? Certo è che le barriere, politiche ed economiche, sono sempre più in palese contraddizione con la scienza del XXI secolo.