SE mi si passa l'esagerazione, è evidente che il Salone del Libro, dopo 33 anni di successi consolidati dalla recente edizione, non ha bisogno di alcun imprimatur ministeriale per essere riconosciuto per quello che già è: il principale evento nazionale a sostegno del libro. A suo tempo più di ottocento firmatari, italiani e stranieri, che con il loro appello contribuirono a rilanciarlo, ebbero la sfrontatezza di augurare buona fortuna all'imminente iniziativa milanese e a chiunque altro volesse emularlo, considerandolo una controprova della fecondità del salone torinese. Del resto i ministeri in questione hanno accompagnato il ritiro con la conferma del sostegno loro finanziario. Se non vi è stato alcun crimine, in cosa consiste l'errore? Quell'atto rivela la mancanza di una politica di promozione della cultura dell'Italia verso l'Europa e il resto del mondo, per due fondamentali motivi. Ma come? Tu, governo, da anni ospiti sul territorio di tua pertinenza il più importante salone del libro in Europa, dopo quello di Francoforte, e dimostri di non esserne pienamente consapevole? In secondo luogo, la forza dell'Italia è la caratteristica pluricentrica dei suoi beni culturali, intendendo per essi non soltanto il patrimonio artistico che costituisce la parte maggioritaria riconosciuta dall'Unesco, ma anche, in questo caso, la miriade di editori piccoli e meno piccoli, di grande qualità, in grado di affermare i loro autori nel mondo intero. E' del tutto evidente l'interesse nazionale, anche ma non solo in riferimento ad un turismo di qualità, di non concentrare le proprie risorse su punti focali già affermati quali Roma, Milano, Firenze e Venezia spontaneamente, in mille modi, attraenti ma di sostenere e promuovere ogni iniziativa e bellezza che fiorisca altrove. Da Torino a Matera, per intenderci, e in qualunque delle straordinarie città italiane in cui sono cosparse le straordinarie bellezze e i talenti passati e presenti del nostro paese. E di non incoraggiare conflitti settoriali in questo caso tra editori che disperdano risorse comunque limitate , con atti che possono essere interpretati come politicamente strumentali. Ad esempio, il colore politico di questo o quel sindaco, il bisogno di questo e quel presidente di categoria di rassicurare una parte del proprio elettorato. Per questo, come cittadino prima che come sostenitore del Salone di Torino, mi auguro un ripensamento da parte del governo in carica.