Dopo i rilievi della Corte dei Conti e l'inchiesta della Procura sul valore del marchio, Comune e Regione cercano la via d'uscita: la direzione culturale resta a Nicola Lagioia, l'organizzazione affidata a un bando pubblico TORINO Sono passati 23 anni dalla nascita della Fondazione per il Libro, la Musica e la cultura di Torino. Allora le ambizioni erano grandi e la scommessa importante: realizzare la più grande Fiera libraria italiana. Dopo anni travagliati, inchieste e polemiche per i numeri gonfiati degli spettatori, è arrivato il tempo di tirare le somme e mettere un punto dal quale ripartire. Ora la Fondazione che organizza il Salone del Libro - la bookfair che lo scorso anno ha dimostrato di saper reagire alla competizione di Milano, avere numeri e qualità per surclassare la neonata Tempo di Libri - potrebbe andare in liquidazione. La decisione sarà presa nei prossimi giorni - il 19 ottobre ci sarà l'assemblea dei soci - ma dopo giorni di trattative, incontri e riflessioni su ipotesi diverse, la strada che il Comune di Chiara Appendino e la Regione di Sergio Chiamparino pensano possa consentire di uscire dall'impasse è una divisione di ruoli: l'attività culturale resterà saldamente nelle mani degli enti pubblici; quella gestionale sarà esternalizzata attraverso un bando pubblico. Il direttore del Salone Nicola Lagioia coordinerà il progetto culturale e saranno il Circolo dei Lettori di Torino, insieme con la Fondazione per la cultura, che in città organizza Biennale Democrazia e che per molti altri eventi lavora per le sponsorizzazioni, i "contenitori" individuati per realizzare la prossima edizione di maggio. C'è ancora qualche margine per pensare che la Fondazione possa sopravvivere: «Nulla è ancora definito e in ogni caso - spiega il vicepresidente Mario Montalcini - la parte gestionale sarà affidata a un privato». L'obiettivo di Comune e Regione è assicurare stabilità economica per il 2018 e per gli anni a venire. Si attende ancora il piano industriale, ma la notizia che il marchio del Salone del Libro oscilla fra un minimo di 105 mila euro e un massimo di 215, ha affievolito le speranze di poter proseguire con l'agonia economica degli ultimi tempi. La differenza rispetto alla valutazione del marchio iscritta negli ultimi documenti contabili, 1.160mila euro, è enorme. Nel 2009 la stima evidenziava i gigantismi del passato: 1 milione e 800mila euro. Con lo scudo di un valore così alto sulle spalle, i conti tornavano, si potevano evitare i controlli della Corte dei Conti e gli enti pubblici potevano ricapitalizzare. Un punto che ha attirato anche l'attenzione della Procura nell'ambito dell'inchiesta per falso in atto pubblico che è ancora in corso con 19 persone indagate. Per questo la decisione di Appendino e Chiamparino di fare definitivamente chiarezza commissionando una nuova perizia. Ora i soci della Fondazione torinese sono rimasti Comune, Regione e Intesa San Paolo. La scorsa settimana i ministri dei Beni culturali Dario Franceschini e dell'istruzione Valeria Fedeli hanno comunicato che intendono uscire dalla governance, mantenendo tuttavia il sostegno e il contributo economico, 600mila euro all'anno. Torino ritiene di aver individuato il percorso per chiudere con i problemi del passato. Per la prima volta nell'organizzazione del Salone entreranno anche i 200 editori che lo scorso anno, per sostenere il Salone di Torino nella battaglia con Milano, hanno costituito l'Associazione amici del libro. Il presidente della Fondazione per il libro Massimo Bray è ottimista: «A Torino faremo un grandissimo Salone del libro». E il vicepresidente Mario Montalcini annuncia l'interesse degli industriali piemontesi: «Pensiamo con assoluta tranquillità di poter gestire i problemi di bilancio».