La maggior parte si trova in depositi delle diocesi non attrezzati e nelle stesse condizioni di un anno fa. Una pregevole lunetta di Cola dell'Amatrice è custodita negli spogliatoi dell'ex Elettrocarbonium IL CASO ANCONA «Avevamo progettato tutto per fare questo nei nostri depositi, poi la paura delle nuove spoliazioni napoleoniche ha bloccato tutto». In uno sfogo domenicale sul suo profilo Facebook, sotto il titolo "Tempo perso, occasioni perdute", l'architetto Luca Maria Cristini, fino a pochi mesi fa responsabile per i beni culturali della Diocesi di Camerino, solleva il tema di come vengono conservati quadri e statue, crocifissi lignei e arredi sacri salvati dalle macerie di chiese e monasteri devastati dal terremoto. Molti di quei beni di proprietà ecclesiastica, anche di pregevole valore storico-artistico, si trovano nelle stesse condizioni in cui dall'agosto 2016 sono stati portati in salvo, spesso a rischio della propria vita, dai carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio culturale, dai vigili del fuoco, dai funzionari del Mibact e dai volontari di Legambiente. Giacciono dentro imballaggi provvisori e in magazzini delle Diocesi "terremotate" che non li mettono al riparo dall'umidità e dai tarli. I restauratori del ministero E per spiegare cosa avesse progettato insieme ai tecnici del Mibact prima di interrompere il rapporto con la Curia camerte, l'architetto Cristini posta delle foto in cui si vedono gli scaffali ordinati e gli imballaggi accurati che proteggono le opere d'arte ricoverate nei magazzini della Mole Vanvitelliana di Ancona. Una specie di Arca della cultura che da un anno ospita i beni culturali messi al sicuro dopo i crolli di chiese, musei e palazzi storici. Nell'Arca 800 beni Circa 800 opere d'arte - di proprietà non ecclesiastica, tranne opere che necessitano di restauri e messa in sicurezza provenienti da chiese - sono protette in ambienti asciutti e arieggiati, sistemati su scaffalature metalliche allestite dal ministero dei beni culturali, dove le opere sono ordinate, classificate e ben tenute grazie anche alla presenza dei restauratori del Mibact che all'arrivo di ogni opera provvedono alla messa in sicurezza. Un modello che il Mibac, in una riunione tenuta ad Ancona prima dell'estate, aveva proposto di esportare anche nei depositi delle Diocesi più interessate dal terremoto, dove i beni culturali erano stati stoccati con una soluzione d'emergenza che nei fatti è divenuta stabile, anche sull'onda di prese di posizioni di alcuni vescovi e sindaci che temevano una spoliazione dell'entroterra. Parassiti e condensa Per i depositi in condizioni più precarie - specie nelle diocesi di Ascoli e Camerino - il Mibact si era reso disponibile sin dal giugno scorso a sistemare gli spazi interni e a distaccare nelle diocesi gruppi di tecnici ministeriali per mettere in sicurezza i beni come avviene alla Mole. Il tutto a carico del ministero, ma a distanza di più di tre mesi ancora non si è mosso nulla e la maggior parte dei beni depositati nei magazzini delle diocesi si trovano nelle stesse identiche condizioni del loro prelievo. Con il rischio che oltre a eventuali danni dal terremoto (in realtà piuttosto rari, perché la stragrande maggioranza delle opere sono state estratte integre) se aggiungano altri causati dalla condensa prodotta dal mancato disimballaggio e da parassiti, soprattutto tarli che possono essersi sviluppati aggredendo anche opere che ne erano immuni. Senza considerare poi il pericolo che, nella confusione, di qualche opera si possano perdere le tracce. Sono quattro, in particolare, i depositi diocesani per i quali il Mibact aveva suggerito interventi sul modello della Mole. Il palazzo vescovile di San Severino Marche. dove la Diocesi di Camerino ha stoccato parte delle opere, tra cui una pala d'altare del Tiepolo salvata a Camerino, ha locali buoni per essere utilizzati come depositi, ma sono privi di ripartizioni interne e le opere sono poggiate sul pavimento, per la maggior parte ancora imballate, con problemi di aerazione e senza alcuna valutazione di eventuali danni. Situazione ancor peggiore al Seminario di Camerino, dove i locali appaiono fatiscenti e privi di ripartizioni: lì addirittura sono ammassati anche i beni prelevati dopo il terremoto del 1997. Nelle grotte medievali del palazzo vescovile di Camerino gli ambienti sono umidi e non areati e vengono utilizzati deumidificatori di tipo domestico a ciclo continuo. Anche lì, niente ripartizione e opere ancora imballate. Gli ex spogliatoi degli operai La Diocesi di Ascoli Piceno utilizza per il ricovero delle opere (tra cui una lunetta di Cola dell'Amatrice) un deposito nell'ex stabilimento Elettrocarbonium, dove un tempo c'erano gli spogliatoi degli operai. Chi li ha visti parla di luoghi umidi con distacchi di intonaco e presenza di muffe, dove le opere sono ammassate e ancora imballate senza alcuna suddivisione. Per quanto ancora?