NON bisogna farsi trarre in inganno da quel che sembra. L'esterno del Palazzo d'Avalos, l'edificio che celebrò sin dal 1500 la famiglia di più antica nobiltà di Napoli, in via dei Mille, all'interno conserva i fasti del passato. Se la facciata esterna è puntellata e in vico Vasto pure i tubi Innocenti appaiono una corazza invincibile, dentro la dimora dimostra tutto il suo valore artistico e architettonico: gli affreschi di Fedele Fischetti sugli ambienti voltati, l'infilata di saloni, "vani di porte e infissi - come scriveva Gino Doria in uno dei suoi più famosi volumi, I palazzi di Napoli - delineati da preziose ornie di marmo e sormontate da fastigi e pavimenti con un disegno che concorre a sottolineare l'unità degli spazi". C'era anche un magico giardino pensile, "Il giardino delle camelie", che appariva fantastico dai balconi di casa del principe. Uno scenario da fiaba, che ancora si conserva. Non sappiamo fino a quando. I tempi moderni minacciano il monumentale palazzo nel cuore elegante di Chiaia, vincolato sin dal 1958, che nel Settecento aveva goduto di un restauro prezioso, quello dell'architetto Mario Gioffredo (per intenderci il primo a metter mano alla Reggia di Caserta, chiamato da Carlo III). Facendo gola a molti che vorrebbero andare ad abitare in uno dei 70 appartamenti nei suoi 16 mila metri quadrati o occupare uno dei numerosi negozi che fanno parte del piano di riutilizzo, per così dire. Un progetto di ristrutturazione della società attuale proprietaria del palazzo, la Vasto srl, approvato dalla soprintendenza di Palazzo Reale nel 2015, prima dell'arrivo di Luciano Garella, e male accolto da Italia Nostra e da altre associazioni come quella per le Dimore storiche italiane con l'associazione per lo Studio dei giardini storici, che tutelano i beni culturali napoletani e non solo. La ristrutturazione è ormai compiuta per l'ala dell'edificio che dà sul vicolo laterale, ma a momenti dovrebbe arrivare a coinvolgere anche il piano nobile, alcune migliaia di metri quadrati dove vive con la madre l'erede dei d'Avalos, Andrea, musicista come il padre (ma contemporaneo), il principe Francesco, morto nel 2014, compositore e direttore d'orchestra. «Un progetto che vuole compiere uno scempio di una dimora storica e vincolata, innalzando tramezzi nei saloni e chiudendo le porte con delle mura, rompendo così l'effetto della scenografica fuga delle grandi stanze», dice Andrea d'Avalos, che vede minacciata la sua casa coinvolta per giunta in vicende giudiziarie annose e complicate - ma anche un edificio che è parte della storia di Napoli. L'erede del principe musicista ha scritto una lettera al presidente della Repubblica Mattarella perché «blocchi l'operazione che distruggerebbe un'opera d'arte ». Non è il solo a dire no all'avanzata del cemento. Guido Donatone, presidente di Italia Nostra, con una lettera al ministro dei beni culturali Dario Franceschini ha chiesto la revoca da parte del nuovo soprintendente del provvedimento che, "noncurante del vincolo monumentale ha autorizzato nei saloni del piano nobile i frazionamenti degli ambienti attraverso tramezzature e spostamenti dei vani di collegamento per realizzare lotti di quartini autonomi", sottolineando che "è quindi in corso un totale stravolgimento della preziosa unitarietà architettonico- decorativa del complesso monumentale". Nel vuoto cadde, ai tempi di Giovanna Melandri ministro dei beni culturali, la proposta di Italia Nostra allo Stato di acquisire il palazzo. Nel 2007 la soprintendenza diede parere positivo per la ristrutturazione di tutti gli spazi eccetto il piano nobile, ma poi, nel 2015, aggiunse anche quelli. Palazzo d'Avalos sconta anni di vicende giudiziarie e passaggi di pacchetti azionari. Nella Vasto srl azionista di maggioranza era Corrado Ferlaino, ma quote sono andate anche alla società di armatori Deiulemar, quelli del crac da 700 milioni di euro che ha rovinato 11 mila investitori di Torre del Greco. Per un periodo parte del palazzo ospitò feste e catering. I lavori di restauro sono cominciati a marzo scorso e ora è annunciato il proseguimento.