NAPOLI, si sa, è città d'arte ricolma di straordinari beni culturali. I più noti e visitati riguardano ovviamente le proprietà aperte al pubblico, siano esse ecclesiastiche, comunali e demaniali; sono numerosi anche i beni privati, noti perlopiù solo agli studiosi di arte e di architettura. Dal punto di vista della tutela la loro vita appartata li preserva dal consumo del turismo di massa ma nello stesso tempo li rende più vulnerabili sottraendoli alla attiva vigilanza della collettività. È il caso di Palazzo del Vasto o d'Avalos, il monumentale edificio di via dei Mille, per il quale il vincolo ai sensi del codice dei beni culturali, apposto negli anni 1958 e 1995 per ribadirne l'importanza, con molte probabilità non riuscirà a salvare l'integrità di un documento storico unico per il rilevante interesse che riveste. Sono attualmente in corso radicali lavori edilizi che riguardano coperture, facciate e interni. Presto si estenderanno anche all'appartamento nobiliare, per il quale è prevista la realizzazione di tramezzature, servizi igienici, spostamento di vani, tutte opere finalizzate ad ottenere varie unità immobiliari autonome grazie al frazionamento degli ambienti originari. Lavori provvisti di vari nulla osta della soprintendenza per i Beni architettonici di Napoli rilasciati tra il 2004 e il 2015. Tutto rientrante, dunque, nella normale routine della prassi tecnico-amministrativa in vigore, che, però, non ha tenuto in debito conto le conseguenze devastanti dell'intervento approvato. Sì, perché nel Palazzo d'Avalos, costruito a partire dalla fine del Quattrocento da Francesco Ferdinando (Ferrante) d'Avalos e dalla moglie, la grande poetessa Vittoria Colonna, l'appartamento burocraticamente definito "appartamento al primo piano" rappresenta la sontuosa dimora aristocratica di una delle famiglie più autorevoli della città sin dall'epoca aragonese. Non si tratta qui di fare l'elegia di una antichissima famiglia napoletana, ma piuttosto di rimarcare che la sua permanenza secolare in questo immobile ha permesso la conservazione di una rara testimonianza di architettura settecentesca, risalente al rifacimento radicale in forme neoclassiche che fu opera del noto architetto Mario Gioffredo. Il carattere preminente e di eccezionale valore del piano nobile in particolare consiste proprio nell'unità dell'architettura e dell'arte come attesta l'immagine complessiva di uno spazio composto da monumentali ambienti a volta uniti in successione funzionale e visiva, decorati da un organico apparato di affreschi parietali (alcuni di Fischetti), da preziose ornie di marmo e da pavimenti con un disegno che concorre a sottolineare l'unità compositiva. La scenografica percezione ottica degli ambienti in sequenza conserva, malgrado il rifacimento settecentesco, la maestosa spazialità delle architetture nobiliari cinquecentesche secondo uno schema che rimarrà invariato, seppure a scale diverse, fino alla fine dell'800. Gino Doria ne "I Palazzi di Napoli" ne ha fissato il valore sottolineando il "contrasto tra la severa imponenza esterna dell'edificio neoclassico e la ricchezza interna della decorazione e della suppellettile". Immagine secolare che un intervento irrispettoso rischia di distruggere. Alcune note associazioni culturali napoletane (associazione Dimore storiche italiane, Italia Nostra, associazione per lo studio dei Giardini storici) sono in fermento e chiedono agli enti di tutela l'annullamento del parere espresso nel 2015 in quanto vanifica la conservazione di tale splendore con i devastanti interventi previsti. Gli ostacoli burocratici esistono ma in nome della storia e della bellezza è opportuno che si trovi rapidamente una soluzione che aldilà di articoli e commi consenta alle amministrazioni competenti l'esercizio della funzione di tutela in maniera reale e efficace.