LA prima puntata della saga del corno, ingigantita dall'attenzione estiva che le è stata riservata, si è conclusa. Con il diniego della soprintendenza. Si parla, si parla ma poi a qualcuno tocca il non invidiabile, ma doveroso obbligo di decidere. E per costoro ho sempre rispetto. Dio ci scansi dal paradigma del pappagallo Laverdure. "Chiacchieri, chiacchieri non sai fare altro" (Zazie nel metro). Ho letto in proposito su Repubblica le dichiarazioni dolenti di Marino Niola , Domenico De Masi e Luciano Stella (nelle quali mi ritrovo abbastanza). Come quelle di altri che esultano. Tutte, in fondo, posizioni comprensibili. L'estetica , in particolare, è fatto soggettivo. Per inciso una cosa non ho capito. Che cosa c'entra Scampia? «Perché non lo fanno a Scampia? Dobbiamo riqualificare le periferie, no? Visto che è un attrattore, invece di metterci i rom, in quei quartieri ci mettano il corno». Boh! Sono certo che la parola ha tradito il pensiero. Che cosa voleva (o vuole) essere il corno nelle intenzioni dei suoi proponenti? Un attrattore turistico credo di aver capito. Spesso quando si parla di turismo si chiama in ballo la cultura. Quasi le due cose fossero unite da un legame indissolubile. Ciò forse perché si fa confusione facendo di tutta l'erba un fascio. Mescolando fini e mezzi. Molto perché non si ha il coraggio di ammettere che il turismo è principalmente un affare. Uno strumento di sviluppo economico. E che gli affari a volte utilizzano elementi culturali. Ma restano comunque un fatto a se stante. Questa confusione fa spesso capolino sui giornali o nei discorsi al caffè. Che si parli della costruzione di un complesso turistico. Del corno. O di una fiera libraria. Si tira in ballo la cultura. Certamente il patrimonio culturale può essere ed è un motore del turismo. Esattamente come le bellezze naturali. Come può esserlo, e spesso lo è, il genius loci. Che viene utilizzato in modo diffuso in tutto il mondo per trasformare il più possibile il turista in un consumatore compulsivo. Di gadget, ristoranti, foto... Si tratta però di mezzi e non di fini. Questo va osservato con serenità. Senza farne un problema etico. Né estetico. E senza generare falsi illusioni. Perché un turista è disposto a comprare un pastore del presepe a via San Gregorio Armeno mentre non comprerebbe mai lo stesso pastore, pur a un quarto del prezzo, in un mega store di Shangai? La risposta non è difficile. Infatti come insegna il nostro amico Massimo Marelli, in economia esistono i "beni speciali". Per i quali non è il prezzo la vera motivazione d'acquisto ma il loro valore edonistico o sociale. Di solito s'identificano con una marca o una firma di prestigio. Ma anche talvolta con il legame a una tradizione locale. In realtà quando il turista compra il pastore a Napoli avverte la sensazione di portare a casa, insieme al pastore, anche un pezzo di (storia di) Napoli. È come se avesse staccato una pietra da un sito archeologico. La cosa importante non è la pietra o il pastore come oggetto fisico. Bensì il suo legame con il territorio, con la sua storia. Insomma, il turista porta a casa il profumo della biografia di un luogo. Ma soltanto il profumo. Il suo livello culturale resta immutato. Della storia di Napoli nulla sapeva e nulla sa. E quando sarà tornato a casa, nella stragrande maggioranza dei casi, l'oggetto acquistato andrà al più ad arricchire una confusa collezione di oggettini. Ora immaginiamo che i cinesi di cui sopra trasportino il megastore di Shangai alle porte di Napoli. E che lì espongano migliaia di pastori perfetti a un quarto del prezzo di quelli del maestro Ferrigno. Il turista resta disorientato. Voleva portare a casa un pezzo di Napoli, e invece si trova nella situazione di portare a casa un pezzo di Cina che imita Napoli a Napoli. D'altro canto il Venice Casinò a Las Vegas riproduce alla perfezione un canale di Venezia Ovviamente una azione commerciale di tal fatta non ha nulla a vedere con la cultura. Alta o popolare che sia. La cultura appartiene a un altro universo. Si tratta comunque solo di soldi. E, come si sa, i soldi non hanno odore. E non hanno storia, né cultura. Sono soltanto un mezzo per fare le cose.