Architetture millenarie, da sempre in grado di accogliere l'essere umano e farlo sentire a casa: sono la cifra dell'invenzione più longeva, la polis. Che oggi è in piena crisi, allontana i cittadini più fragili e "non consumatori" e si aggrappa al turismo di bassa qualità Forse siamo già nella fase terminale, troppi e sempre più frequenti i sintomi di una malattia devastante che sta minando identità, vitalità e senso di una delle creazioni umane più felici e riuscite: la città. Probabilmente non ci fu neppure l'idea, la città si sviluppò da sola perché gruppi di persone, prima isolati in villaggi e insediamenti rurali sentirono l'esigenza di trovare un luogo dove stare vicini, comporre mestieri e attività, rendere più efficace e fruttifero lo scambio non solo di merci, ma quello tanto più esplosivo delle idee, dei pensieri, delle culture. I cacciatori-raccoglitori nomadi dell'età neolitica antica già ne avevano sentito la necessità: essi si davano appuntamenti periodici in luoghi favoriti dal clima e dalle fioriture selvatiche per cementare conoscenze e favorire relazioni: la collina di Göbekli Tepe in Anatolia è un sito archeologico che testimonia di questa incredibile usanza, il cui cuore è un sistema monumentale di megaliti finemente scolpiti a celebrazione di quel magico appuntamento assembleare. La città è il luogo delle diversità e degli incroci, delle ibridazioni e delle sorprese. Babele di lingue e di costumi sono le prime indimenticabili città: Uruk, Babilonia, Damasco, Gerico, Aleppo , qui si sviluppa, con una accelerazione prima impensabile, la civiltà umana, nell'arte, nelle scienze, nella politica. Perché, come avviene per gli intrecci delle nostre sinapsi, solo la trama fittissima, indecifrabile e casuale degli individui, dei dialetti, delle abilità, delle aspirazioni crea quella miscela dirompente che sarà madre di innovazione e di mutamento. Vorrei essere chiaro: l'architettura, la forma, la bellezza delle città è la materializzazione e la rappresentazione di qualcosa di vitale e di splendido che c'è prima e che appartiene alla società degli uomini, che caratterizza la società degli uomini. Sottolineo questo aspetto (in fin dei conti ovvio) perché non si dà città che possa rinunciare a questo contenuto e rimanere sé stessa. Si tratta di un movimento profondo, immateriale e impalpabile come la vita. Per capirsi: Marrakech è prima di tutto la piazza Jamaa el Fna, patrimonio dell'umanità per le attività che vi si svolgono (per il resto sarebbe semplicemente un enorme spiazzo privo di originalità). Così se togliamo alla città vecchia di Aleppo il suk togliamo tutto, se allontaniamo (come si sta facendo) dalla spianata delle moschee di Gerusalemme i pellegrini delle tre religioni perdiamo tutto. È vero che alcuni monumenti sono opere d'arte di per sé, e le pietre e i mattoni vibrano di un'eco misteriosa (che però rinvia sempre all'ingegno, al talento alla fantasia di chi li ha creati). Ma la città no, la città non può ridursi a simulacro. La città deve essere attenta ai suoi abitanti, deve accogliere, sostenere, proteggere le esigenze e le molteplici attività dei suoi cittadini e dei suoi ospiti, di tutti loro. Non è facile rendersi conto di come ci appaia ovvio un fatto incomprensibile: siamo capaci di vivere perfettamente in architetture e spazi e tessuti edificati che sono nati millenni fa e si sono sviluppati come organismi nel corso del tempo, mentre tutto negli usi della vita quotidiana è cambiato radicalmente. Le città, come il paesaggio, sono il deposito della nostra identità (nel bene e nel male) e sono l'esito tangibile dell'insieme delle persone che le hanno plasmate, modificate, talvolta offese, vivendoci. Ma oggi questo delicato, ed instabile, equilibrio sta sgretolandosi perché si pensa di poter distinguere la città costruita dai cittadini-abitanti usando la prima come sordo recipiente su cui imbastire politiche finanziarie e allontanando i secondi come scomodi intrusi. Le città odierne odiano le persone. Se ci vogliamo concentrare sulle grandi città, e le cosiddette città d'arte, questo aspetto è particolarmente evidente. Mi soffermo su tre componenti "umane" destinatarie allo stesso tempo di questa pulsione omicida: gli stranieri disperati, i turisti, i residenti. Ogni giorno leggiamo di gruppi di profughi o migranti cacciati da un palazzo abbandonato o espulsi dai miserevoli ricettacoli dove cercano di sopravvivere; la nostra colta comunità urbana non riesce a pensare una strategia di accoglienza intelligente perché da tempo ha smesso di pensare alcunché e perché ha smarrito il significato fecondo della coesistenza umana. Può apparire un paradosso ma c'è una stretta somiglianza tra il trattamento riservato agli stranieri in fuga dalla fame e dalle guerre e quello con cui "accogliamo" gli stranieri in veste di turisti. Con la sola differenza che dei secondi abbiamo bisogno. Ma non esiste una strategia mirata a governare i flussi ormai impressionanti di visitatori e capace di immaginare una convivenza tra questi e i residenti. Abito a Firenze e, confesso, da privilegiato posso spostarmi in bicicletta per raggiungere l'università dove lavoro. Ogni giorno passavo a fianco del battistero di S. Giovanni e sotto l'imponente cupola brunelleschiana ("structura si grande, erta sopra e' cieli, ampla da coprire chon sua ombra tutti e popoli toscani" recita L.B. Alberti anticipando l'idea che un'architettura possa rappresentare una intera popolazione), incapace di evitare il consueto soprassalto emotivo; ma da molti mesi non posso più permettermelo. La piazza con due tra i più importanti monumenti fiorentini, espressione di una storica e vivida intraprendenza, fa parte di quel triangolo delle bermude (che ha per vertici S. Croce, Duomo e palazzo Pitti) dove è meglio non addentrarsi. Questo pezzo di città, il suo nucleo più antico e ricco, non è terra per i suoi abitanti; e non a caso si è allontanata la tramvia che avrebbe potuto portarceli. Il cosiddetto centro è percorso da una massa di intrepidi visitatori con il naso all'insù con i quali non è prevista convivenza possibile. Oggi le più belle piazze del centro storico (penso a piazza Ognissanti, un palcoscenico sull'Arno che sembra predisposta per un set cinematografico e che nasconde nell'omonima chiesa opere di Giotto, Botticelli e Ghirlandaio), inibite saggiamente alla circolazione automobilistica, sono occupate stabilmente da decine e decine di neri, oscuri, ostili furgoni Ncc destinati ai più ricchi utenti degli alberghi. Gentrificazione si dice quando è in atto la sostituzione, indotta da speculazioni economiche, di un ceto popolare con nuovi residenti più abbienti. Ma qui non si dà nessuna gentrification, qui semplicemente si è fatto di tutto per allontanare il popolo residente e operante così da liberare la città per la rendita e metterla tutta "in vendita". Ma in questo modo la città non c'è più perché non c'è un soggetto che la renda viva e vitale: e quelle stesse architetture che l'hanno resa celebre si scoloriscono nel tripudio degli ultimi selfie. Se oggi dovessimo pensare ad un'architettura che rappresenta la vita del centro cittadino questa sarebbe fatta di capannoni per outlet. E fa pena osservare le infinite code, colme di bambini e anziani, che si creano per salire sulla cupola o vedere il David (ma chi è il David contemporaneo? solo i veri, puliti, ribelli, come le Malala, le Lelti o le coraggiose Ong, sono all'altezza del ruolo!) esposte al sole o alla pioggia come se niente fosse. Perché non progettare strutture temporanee che diano ombra e riposo, perché non pensare agli amici alberi, anche per piazze importanti come Pitti, la cui pungente, dura e incolore soluzione pavimentale rispetterà astratti criteri buoni per i quadri (principio del color neutro) ma offende le delicate membra delle ardite ma esauste turiste che vi si appoggiano? Poi, per completare il quadro del sadismo, si usano gli idranti per impedire ai ragazzi di riposarsi sui sagrati. Non si giunge alla cattiveria delle panchine con i chiodi, di ispirazione leghista, ma qui non v'è più civiltà. So che può apparire scandaloso ma ci vedo la stessa cecità umana adottata nei confronti dei migranti. Cosa manca? Manca l'identità, non sappiamo più chi siamo. La città, quella espressione della collettività, dell'ibridazione, dei poveri e dei ricchi, dei mestieri e degli abitanti, è stata violentata; stiamo scomponendo la società in segmenti, nutrendo il mostro delle identità separate, impaurite dalle diversità, avamposto di ogni fascismo.