«Vedrete che troveremo subito qualcosa!». Il primo giorno di scavi la professoressa Alexandra Chavarrìa aveva provato a incitare così i suoi ragazzi, undici universitari di Padova, studenti di archeologia appena arrivati a Castelseprio con la prospettiva di passare tre settimane carponi nella terra del monastero di Torba, sito Unesco longobardo. «Doveva essere un modo per dar loro lo sprint, ma poi è andata veramente così», racconta mentre con tutta la giovane squadra mangia un piatto di pasta fredda sotto la tettoia del refettorio. Proprio quello dove nel Medio Evo consumavano i loro pasti le suore del monastero oggi proprietà del Fai che, con un contributo della Regione Lombardia, finanzia da quattro anni una campagna di scavi diretta da Gian Pietro Brogiolo. «Abbiamo sentito un grido: professore, venga! C'è una pietra con delle lettere!», conferma Brogiolo, che è anche curatore della mostra «Longobardi. Un popolo che cambia la storia» appena inaugurata al Castello Visconteo di Pavia. «Era un frammento di iscrizione tombale dove si leggono le lettere «Petro», forse una tale Petronella. Dobbiamo ancora studiarlo, ma è comunque un pezzo di marmo raro da queste parti dove ci sono soprattutto pietre e sassi. È probabile che risalga al II secolo». A causa dei crolli delle mura tardoromane, che univano il monastero al castello di Castelseprio, e delle frane fino a cinque metri di terra sull'abitato distrutto dai milanesi nel 1287, il monastero di Torba è una «Pompei dell'alto Medio Evo». Le tracce umane partono dalla fine del IV secolo perché il castello di Castelseprio, col suo monastero, era situato a presidio di un'area strategica del territorio alpino dove già dal III secolo passavano numerosi contingenti barbarici. Nell'area del monastero tutto è rimasto intatto sotto la terra mentre a Castelseprio, che si trova a dieci minuti, sulla sommità della collina, l'accumulo di detriti fangosi è stato più superficiale lasciando così i resti archeologici in balia di talpe e radici. «Qui sotto, invece, ci sono cinque metri di sequenze stratigrafiche da scavare con un potenziale enorme: abbiamo aperto il cantiere il 21 agosto e in queste tre settimane abbiamo trovato un quarto di bue, alcuni elementi di una cintura in bronzo e ferro forse di un guerriero longobardo e poi, scendendo di quote e di secoli, un cumulo di spazzatura con migliaia di ossa e frammenti di materiali di vario tipo. Erano proprio lì sotto, nell'angolo di una casa», racconta fiero il professore. E non scherza affatto. «I rifiuti sono una fonte straordinaria di informazioni: dalla loro analisi riusciamo a capire cosa mangiavano gli abitanti, con chi commerciavano, cosa producevano, quali animali allevavano, come si scaldavano, quali suppellettili usavano». Altro che quattro pietre e pochi cocci. Visitare uno scavo archeologico con chi lo sta realizzando è un'esperienza straordinaria. E chi venerdì, giorno di chiusura del cantiere, è riuscito ad andare al monastero, trova docenti e studenti che, ginocchia a terra e cazzuola alla mano, si mettono a disposizione per raccontare il mestiere dell'archeologo. L'appuntamento è per le ore 15 e i visitatori verranno introdotti nei tre scavi aperti: sotto la torre; nell'ambiente sottostante il refettorio del monastero e nella «casa del fabbro», un piccolo edificio diroccato costruito tra il 900 e il 1000 accanto alla chiesa, così detto perché all'interno sono stati ritrovati scarti di ferro e forge servite per fabbricare chiavi, serrature, pezzi di sostegno. Nei giorni successivi, invece, fino alla chiusura del sito l'8 dicembre, a fare da guide saranno gli esperti del Fai. Oltre al monastero, si potrà visitare anche la chiesa che conserva tracce di affreschi del IX secolo dove le monache fanno gesti enigmatici con le mani, forse per contare le Ave Maria del rosario. E dopo la visita, ci si può fermare a mangiare nel ristorante «La cucina del Sole» gestito proprio nell'affasciante ex refettorio medievale da una cooperativa di disabili che a Venegono Inferiore coltiva i prodotti serviti a tavola. La professoressa Chavarrìa risfodera l'ottimismo di inizio lavori e profetizza nuove scoperte proprio per oggi. «Succede sempre così. A fine scavo si fa sempre qualche ritrovamento emozionante e anche questa volta saremo fortunati», assicura. Intanto nessuno si ferma perché ogni 20 centimetri di terra tolta corrispondono a un secolo. I giovani archeologi finora sono scesi di 700 anni. Prima di ricominciare, la prossima estate, c'è ancora un altro metro da cui tirare fuori nuove storie di guarnigioni, soldati, monache e contadini.