MUDEC o Musec, questo è il problema. Il Museo delle culture di Lugano cambia sede e lancia un nuovo acronimo che somiglia a quello del museo milanese all'ex Ansaldo. Coincidenza o strategia? «Non c'erano molte scelte visto che le parole sono le stesse. È simpatico, orecchiabile ed era l'unica possibilità» taglia corto, con una vena di allegro fatalismo, Francesco Paolo Campione comasco, classe 1964, direttore del museo svizzero. Nessuna concorrenza dunque? «Io sono per una politica di collaborazione. Col Mudec i rapporti sono solidi. Sto proprio scrivendo un articolo per il catalogo della mostra sull'arte Asmat della Nuova Guinea che sarà realizzata dai nostri "cugini"». L'arte Asmat occupava una sala negli spazi storici dell'Heleneum, la villa neoclassicheggiante sul lago di Lugano dove il museo fu inaugurato nel 1989. Ma il nuovo Musec ha appena trasferito gli uffici a Villa Malpensata, in centro città - in passato sede del Museo d'arte moderna - dove comincerà un nuovo corso. Come mai questo trasloco? «Il museo è cresciuto. Oggi ha 20 dipendenti e collaboratori, 3 milioni e mezzo di franchi a bilancio previsti per la riapertura. Negli ultimi dieci anni ha curato 86 esposizioni esportate in altri paesi, Francia, Italia, Danimarca, Giappone, tutte ideate dal personale interno. Servono spazi per le collezioni, il centro di ricerca e di documentazione, la biblioteca e lo staff». Quante opere custodite? «Oltre 20mila. Il fondo principale è quello della collezione di arte etnica di Serge Brignoni, pittore surrealista, vissuto nella Parigi di Miró e Giacometti, mercante e curatore di grandi esposizioni sull'Oceania. Sono 670 opere, capolavori con valori assicurativi milionari. Poi c'è un nucleo di fotografie giapponesi della Scuola di Yokohama, albumine colorate a mano, 11mila opere; la più grande collezione al mondo, quasi il doppio di quelle conservate dall'Università di Nagasaki». Le vostre mostre tipo? «Lavoriamo per cicli. Ogni ciclo focalizzato su temi precisi e battezzato con un neologismo: Esovisioni, Altrarti, OrientArt, Dèibambini. I prossimi due saranno Ethnopassion e Cameredarte. Non facciamo tutto, ma solo ciò che rientra nei filoni di ricerca. E poi noleggiamo le mostre ad altri musei». Per esempio? «A Roma, al Museo di Trastevere, abbiamo allestito il reportage che Peter Werner Häberlin realizzò nel Sahara, da cui Bertolucci trasse le immagini per Il tè nel deserto ». A quanto affittate una vostra mo[ RISPOSTA] stra? «Quelle di fotografia che sono semplici da movimentare variano dai 30 ai 100mila franchi. Forniamo pacchetti chiavi in mano. Spesso sono corredate da oggetti, proiezioni, piani d'allestimento». Così si aiuta il bilancio del museo? «Il 40 del nostro bilancio è autofinanziato grazie a queste attività. I musei italiani non superano il 10. È un progetto basato sulla sostenibilità». In Italia è diverso? «Faccio parte del board dei direttori dei musei etnologici europei. I colleghi italiani non partecipano alle nostre riunioni perché non hanno soldi per le trasferte... Gli italiani sono lontani anni luce dalle logiche della moderna museologia. Non sanno cosa sia l'autonomia gestionale e quanto sia utile per mettere a reddito un patrimonio ». Cosa pensa dei programmi altalenanti del Mudec? «Il Mudec ha un problema di governance. È un caso stranissimo di museo che il Comune ha deciso di affittare ad altri dopo averci speso 60milioni di euro, senza prevedere una struttura organizzativa che fosse in grado di assicurare la crescita e lo sviluppo. Un "case study" di economia della cultura...».