UN SOLO oggetto dice tutto sul carattere della civiltà longobarda: è una spada con l'elsa in filigrana, oro e cristalli, icona di potere ma anche di raffinatezza. Trovata in una tomba nella campagna di Perugia, risale al Seicento dopo Cristo. Da un lato, parla di vigore in battaglia ed energia del guerriero. Dall'altro, dimostra il prestigio del suo padrone affidato ad artigiani abilissimi. Non a caso è il simbolo della mostra "Longobardi. Un popolo che cambia la storia" aperta da oggi al Castello Visconteo di Pavia. Promossa dai Musei civici di Pavia col Museo archeologico di Napoli e l'Ermitage che ospiteranno le opere in tour è forse la più importante esposizione dedicata agli "uomini dalle lunghe barbe, mai toccate da rasoio", come scrisse il monaco Paolo Diacono autore della famosa "Storia dei Longobardi". Calati dal nord, dalla foce dell'Elba e dalle coste gelate del Baltico, giù attraverso la Sassonia fino a Cividale del Friuli dove Alboino, re guerriero, costruì il primo ducato, questi barbari saggi e vigorosi stravolsero davvero il destino del nostro paese, che li accolse in pieno tracollo della società romana, sfibrata dai secoli. La mostra comincia infatti nel punto in cui l'impero romano finisce. Curato da un pool di specialisti, fra cui spiccano i nomi di Brogiolo, Marazzi, Arslan, Bertelli, Giostra, Lomartire e Pagano, il percorso mette in teca 300 opere da 80 musei per 500 pagine di catalogo (Skira). Il costo dell'operazione, spalmato sulle tre sedi, sfiora il milione di euro. Pavia torna così ad essere capitale del Regnum, nella Langobardia maior, prima di passare il testimone a Napoli che conserva reperti della Langobardia minor, i regni del sud. In un'epoca come la nostra, segnata da flussi nomadi, rifugiati ed esuli, il progetto sembra scavare alle origini di ogni migrazione, per spiegare come l'Italia sia nata dagli stravolgimenti che l'invasione portò. Uno dei curatori, Federico Marazzi ne dà una lettura critica «è fuorviante edulcorare fatti passati in un'ottica odierna di integrazione pacifica. Fu anche all'epoca un deep impact, frutto di una calata pesante da parte di una cultura militare. Ma soprattutto fu lo spostamento di un popolo intero. Per assurdo, è come se tutta l'Algeria di oggi decidesse di muoversi». Lo scenario è quello di battaglie gigantesche; chi perdeva scompariva dalla storia. Ma i longobardi erano determinati a restarci. E non solo usando la forza, anche la diplomazia. Ecco emergere per capitoli l'identità sfaccettata di un popolo. L'indole guerriera affiora dalle tombe, dai corredi funerari, armi, scudi, speroni, oltre a carcasse di cani e cavalli, sepolti con gli armigeri per scortarli nell'aldilà. Il gusto raffinato brilla invece nella cura degli ornamenti: gioielli, fibule, corni in vetro soffiato per banchetti e persino frammenti architettonici, un tempo decorati con smalti, filigrane, riccioli e motivi zoomorfi, pavoni, grifi, leoni. Una grande bellezza spazia dall'anello all'architrave. Il carattere di civiltà evoluta è documentato poi dal celebre Editto di Rotari, vergato proprio a Pavia, trascritto in un codice che arriva ora da San Gallo. Manuale perfetto di leggi, regolava la vita civile. Non stupisce che tale livello di educazione prevedesse il rispetto per le terre conquistate. Dilagando in mezza Italia, col sogno ante litteram di un'unità, i Longobardi si innestarono su culture locali trasformandole, ma trasformando anche se stessi per produrre un panorama nuovo. Il risultato si ammira nel melting pot di usi e costumi. Nella mappa ideale di questo gioco di troni, la mostra invita a scoprire tracce di commistioni. Pavia conserva le antiche cripte, fra cui quella di San Pietro in Ciel d'oro dove furono sepolte le reliquie di Sant'Agostino, ritrovate da Liutprando. Il cammino verso sud offre reperti di Spoleto e Benevento. Da Monza giunge l'eco di Teodolinda che concesse la sua mano ad Autari. A Castelseprio sorse un castrum che dominava la via delle Alpi. Il viaggio è epico ed è punteggiato di figure leggendarie, da Agiulfo fino al povero Desiderio, sconfitto infine da Carlo Magno, cui Manzoni dedicò i versi dell'Adelchi.