«Un brutto segnale». Il giudizio di Stefano Boeri, membro del comitato scientifico degli Uffizi, è azzeccato. Chi scrive ha un giudizio radicalmente negativo della riforma che ha portato Eike Schmidt a dirigere il più importante museo italiano. Ma è proprio chi crede in quella riforma che ora dovrebbe porsi alcune domande. Ci è stato detto che bisogna trattare i musei come aziende, scegliendone i direttori sul mercato internazionale. Ebbene, quale amministratore delegato di una grande impresa annuncerebbe prima ancora della metà del mandato, e con la proprietà che incoraggia pubblicamente a progettarne un secondo che abbandonerà quel posto per assumerne uno analogo presso un concorrente? Ci è stato detto che bisogna scegliere "il meglio" in astratto, senza riguardo alla storia culturale e professionale dei prescelti. Se avevamo davvero scelto il meglio, perché oggi non ci viene portato via dal Metropolitan di New York o dal Louvre ma da un museo, che seppur meraviglioso, non è paragonabile agli Uffizi, nella carriera di un direttore? Più semplicemente: se davvero avevamo scelto il meglio, perché ora ce lo facciamo sfilare? Se concepiamo il sistema dei musei come una sorta di "calcio mercato" allora non dovremmo anche disporre dei soldi per tenerci stretti i "campioni" che abbiamo "comprato"? Il dubbio è che una riforma affrettata non abbia dato ai direttori gli strumenti, e la serenità, necessari ad attuare i cambiamenti largamente annunciati. Basti pensare alla sentenza del Consiglio di Stato che dovrà decidere sulla legittimità di alcune delle nomine dei direttori non italiani (con potenziali effetti a cascata su tutte, Uffizi inclusi). A fare le spese di tutto questo rischiano ora di essere gli Uffizi: un museo, anzi un complesso museale, delicatissimo. Eike Schmidt ha attuato qualche cambiamento: da quello del nome ufficiale a quello delle tariffe d'ingresso. Ma soprattutto ha annunciato decisioni molto ambiziose: dall'attuazione dell'ormai storico progetto del nuovo ingresso al riordinamento complessivo delle collezioni. Si tratta di passi davvero molto impegnativi, ciascuno dei quali meriterebbe una profonda e serena discussione. Ma ora, dopo l'annuncio dato agli italiani dal ministro della Cultura austriaco, è legittimo chiedersi con quale autorevolezza, convinzione, credibilità tutto questo potrà essere attuato da chi ha già scelto di non legare il proprio futuro professionale al frutto del proprio lavoro.
la Repubblica
2 Settembre 2017
Una cultura calciomercato
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Tomaso Montanari
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