Il professor Sabino Cassese, nel suo fondo di ieri sul Corriere della Sera, ha affrontato il dramma del dissesto di Roma avanzando una concreta proposta amministrativa: «Dare alla Capitale un ordinamento speciale, come molte delle capitali del mondo (la Costituzione dispone espressamente che "la legge dello Stato disciplina il suo ordinamento"). Un ordinamento speciale che riconosca una realtà ineludibile: la duplicità di funzioni del potere locale romano, che è chiamato anche ad agire come capitale, quindi nell'interesse della intera nazione. Ciò significa, che accanto al rappresentante scelto dal popolo, vi sia un gestore che goda dei poteri necessari a intervenire sullo svolgimento delle attività di interesse generale». E ha aggiunto: «Ad esempio, un organismo politico, un ministro senza portafoglio che faccia sentire nella città gli interessi del Paese e un organismo tecnico che dia attuazione alla cura di questi interessi». Dunque, sottrarre Roma alla sua attuale condizione di «città qualsiasi». La proposta ricorda quella lanciata addirittura nel giugno 1993 (in un'intervista rilasciata a chi scrive) da Alberto Ronchey, allora ministro per i Beni culturali: «Scandalizzerò molti, ma per Roma ci vorrebbe un Governatore per dieci anni... Ci vuole un personaggio come Jacques Chirac. Ci vuole pure un forte schieramento politico che sostenga questa personalità e un gruppo di tecnici dotati di attributi quadrati. che faccia digerire ai romani una politica di emergenza che altrimenti pochi accetterebbero». Quasi un quarto di secolo dopo l'idea torna d'attualità con l'autorevolezza di Cassese. Come lui, altri prestigiosi intellettuali appaiono allarmati dalla sorte della Capitale. Giorni fa, l'archeologo Andrea Carandini ha paragonato questo amaro capitolo romano alla caduta dell'Impero romano. Paolo Portoghesi, urbanista e storico dell'architettura, condivide e rilancia: «Le proposte di riforma amministrativa per Roma sono state tante. Con i Municipi si è tentato di alleggerire la centralità assoluta del Campidoglio, ma non è servito a niente, il campo si è addirittura allargato con la Città metropolitana. Di fatto ora la Capitale non è rappresentata: ci vorrebbe davvero una personalità democraticamente eletta non solo dai romani ma da tutta la popolazione italiana, poiché in qualche modo la Capitale "è" la Nazione. Con un lavoro di ingegneria istituzionale si darebbe un correttivo all'attuale amministrazione. Oggi abbiamo alla guida un rappresentante dello scontento e della protesta, che certo non bastano per un progetto politico-amministrativo». Anche il critico Achille Bonito Oliva è sulla stessa linea: «Per Roma occorrerebbe uno statuto speciale e una personalità all'altezza della situazione. Roma è Capitale d'Italia ed è una città unica al mondo per la sua storia, è un museo a cielo aperto che, per paradosso, vive mille affanni quotidiani e per questo non funziona. Ora Roma è ridotta a Caput Immundi, a una città di disservizi, sta sempre più regredendo per la sporcizia e il degrado al livello di una città medioevale. Dunque occorre qualcuno, dotato di poteri chiari, che abbia una profonda conoscenza della città, della sua vicenda storica, delle sue peculiarità. Virginia Raggi? Mi ricorda una ragazza che entra per la prima volta in un museo di arte contemporanea, vede un'opera di Jackson Pollock e dice: "Lo so fare anch'io"». Conclude Giuliano Volpe, presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali:«Condivido la proposta del professor Cassese. La Commissione da me presieduta nel 2014 rilanciava la proposta di una legge speciale per Roma dopo quella fondamentale del 1981 legata al nome di Biasini. Il vero nodo centrale non riguarda infatti le risorse finanziarie (pure assolutamente necessarie) ma il superamento della frammentazione e sovrapposizione di governance tra ministero dei Beni culturali e Roma Capitale con soluzioni condivise comune e una visione unitaria e organica».