Lorenzo Giusti ha vinto un concorso e da gennaio sarà il nuovo direttore della Gamec (Galleria d'arte moderna e contemporanea) di Bergamo NEL suo ufficio, al Museo d'arte di Nuoro, fa un caldo tropicale. Spegne il computer, afferra una sacca e «fra mezz'ora sono in spiaggia ». Le mancherà il mare della Sardegna? «Un po'. Ma a Bergamo ci sono le montagne e io sono un camminatore ». Lorenzo Giusti, quarant'anni, toscano di Prato, direttore del museo Man, in Barbagia da cui è decollata tempo fa anche Cristiana Collu, ora alla Galleria nazionale di Roma ha vinto un concorso. Da gennaio sarà alla testa della Gamec, la Galleria d'arte moderna e contemporanea di Bergamo. Meglio Gennargentu o Prealpi? «Il massiccio sardo è bellissimo, ma le valli bergamasche non sono da meno. Mi attraggono i sentieri delle Orobie, le cascate del Serio». La città è diversa d all'isola. «Bergamo è un centro con un'alta offerta culturale, c'è un collezionismo dinamico, e poi agisce su un territorio che comprende Milano e con cui si deve fare i conti quando si parla di mostre e progetti». La intimorisce? «Sono carico. Man e Gamec hanno profili simili, si occupano di arte moderna e contemporanea messe in relazione. Non sarà un salto nel vuoto». Sostituisce un direttore che ha regnato per 18 anni. «Giacinto di Pietrantonio ha costruito l'identità di un luogo aperto che non privilegia certi linguaggi su altri; ha suggerito letture trasversali all'arte del '900, concentrandosi sugli anni '60 e '70 e sulla loro eredità. Ripartirò da qui». Idee sue? «Abbracciare un campo cronologico più ampio, allargando alle avanguardie storiche che sono la base di molte pratiche del contemporaneo. Mi piace cercare nel passato codici per decifrare il presente». Lo ha fatto a Nuoro? «Nei cicli che ho imbastito costruendo trilogie di mostre. Come quella sui maestri svizzeri, Arp, Giacometti, Klee o sulla "street photography". Anche per il contemporaneo ho lavorato su piattaforme tematiche. Non amo gli eventi estemporanei, mi piace ragionare per cicli che stimolino il desiderio di tornare. Vorrei provare a fare lo stesso "in Continente", come dicono i Sardi ». Il suo museo ideale? «Vivace, frequentato con regolarità, non solo per mostre occasionali. I progetti dipanati nel tempo creano abitudine e curiosità da parte del pubblico». Il rapporto con la Carrara? «Carrara e Gamec rappresentano un importante polo dell'arte a Bergamo che include anche l'Accademia. Il rapporto è sempre stato di collaborazione e così mi auguro in futuro. Per gennaio è in programma la grande mostra di Raffaello organizzata dalla Carrara nelle sale della Gamec». Cosa pensa degli spazi un po' ristretti del museo? «Era un antico convento restaurato negli anni '90 dallo studio di Vittorio Gregotti, che fra l'altro ha compiuto adesso 90 anni. L'intervento è elegante e funzionale, ma oggi il contemporaneo ha bisogno di spazi anche diversi». Si parla di un trasferimento al Palazzetto dello sport. «Con una ristrutturazione adeguata sarà l'ambiente perfetto per accogliere nuovi linguaggi e opere site-specific». Ci sarà posto per la collezione permanente? «Si vedrà. La raccolta ha pezzi interessanti. Gamec è uno dei pochi musei pubblici in Italia ad avere un Cattelan. Mi piacerebbe lavorare per una politica di acquisizioni che dia un'identità forte». In attesa di cominciare? «Ho comprato un biglietto Bergamo- Berlino a 15 euro. Sarò lì in un'ora. Non mi sembra vero. Da Nuoro ci avrei messo una giornata».