UNA tavola da surf per muoversi agilmente tra gli scogli a pelo d'acqua, i remi per spaccarli e due "pali". Il ladro di antichità marine agiva con questo protocollo nell'Area protetta della Gaiola. Due denunciati dai carabinieri, l'ennesima violazione al Parco sommerso di Posillipo. Ma qualche volta anche la sorte avversa può giocare a favore dei beni culturali. Il trafugamento ha fornito la conferma a un'ipotesi mai riscontrata: oltre alla villa di Vedio Pollione e alla Casa degli Spiriti, nella ricca area archeologica di Posillipo c'era anche un'altra domus, e a giudicare dalle tessere di mosaico che non sono risultate essere materiale di riporto, ma staccate dal pavimento originario, era una dimora lussuosa come le altre. A breve i carabinieri, che hanno sequestrato l'area per garantirla contro altri saccheggiatori, avranno una riunione con il soprintendente Luciano Garella e con l'archeologo Enrico Stanco, che ha collaborato per risalire all'identità dei reperti. A scoprire i ladri è stato un addetto alla sorveglianza, che li ha praticamente consegnati ai carabinieri filmandoli mentre agivano. Di solito lo specchio d'acqua viene preso di mira per ricci e frutti di mare. Stavolta l'antico porto romano è stato oggetto di ruberie di tombaroli di mare. Uno dei due ha usato la tavola per arrivare agli scogli dove si presumeva che fosse l'ingresso della domus. I reperti che gli interessavano erano protetti da scogli che l'uomo non si è fatto scrupolo di danneggiare a colpi di remi. Una volta liberati dalle rocce, li avrebbe riposti in una busta nera che ha passato a un altro, il quale a sua volta li ha dati a un ragazzo perché l'appoggiasse su una barca. Nel video si vede l'intera sequenza. Nella busta cocci, frammenti di anfore vinarie del I secolo dopo Cristo e magnogreche, manici, un frammento di tegame romano in ceramica del I secolo dopo Cristo e un frammento di affresco romano. I carabinieri hanno identificato un pescatore di frodo di 23 anni di Casoria e un pescatore di Pozzuoli di 35 anni, con precedenti penali per reati simili. In casa uno dei due aveva anche un reperto rubato nella villa della Gaiola di Franco Ambrosio, il re del grano massacrato da tre rumeni nel 2009 insieme con la moglie Giovanna Sacco durante una rapina. È una base di marmo con uno zoccolo di toro, di cui esisteva la denuncia di furto dello stesso imprenditore, che lo deteneva regolarmente, presentata prima del 2009. Ritrovati anche reperti dello scavo della soprintendenza in piazza Municipio per il porto di Neapolis. La perquisizione in casa del più giovane ha portato al sequestro di un frammento di un'anfora vinaria romana di età imperiale con parte del collo e le anse. In casa dell'altro denunciato i carabinieri hanno trovato un frammento di affresco policromo, anfore romane, capitelli, decorazioni in marmo e terracotta, la mano di una statua romana in marmo, un frammento di cornice pure in marmo, lucerne integre e con incisioni del I secolo dopo Cristo, monete del periodo romano imperiale (catalogate dalla soprintendenza e oggetto di ricerca), chiodi e una borchia e grappe in bronzo. I due devono rispondere di furto aggravato, danneggiamento, ricettazione e impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato. L'archeologo della Soprintendenza delle belle arti e del paesaggio per il Comune di Napoli ha certificato il notevole interesse archeologico dei reperti: provengono dal parco del Pausilypon, di cui l'area marina protetta della Gaiola fa parte. La Gaiola, dal 2002 Parco sommerso in virtù di un decreto interministeriale, è sottoposta a un continuo saccheggio, soprattutto nella parte naturalistica. Con una superficie di appena 41,6 ettari, si estende dal Borgo di Marechiaro alla Baia di Trentaremi racchiudendo una parte del grande banco roccioso della Cavallara. Ma è difficile far capire l'importanza di questa risorsa per una città come Napoli. Lo scorso Ferragosto 100 nasse illegali sulla secca della Cavallara in piena area marina protetta sono state sequestrate dalla Guardia costiera. Meno di una settimana prima la Guardia di finanza aveva sorpreso due barcaioli e un sub che pescavano 300 ricci di mare. Decimare il riccio significa alterare l'equilibrio marino. Infatti il Paracentrotus, il cosiddetto "riccio femmina", è una specie protetta inserita nei protocolli internazionali, in quanto "specie che necessita di una gestione oculata" e la cui pesca in Italia è regolamentata da un decreto ministeriale del 1995.