La vanità del tener d'occhio Venezia, pur disponendo solo del vento senza peso della vanitàvacuità. Accade a più di qualcuno e sempre più spesso di credere di poter mettere ordine nell'ipertrofia di analisi, terapie e rabbuffi in aumento su Venùsia, un maleficio da cui si espande "il vasto rumore dei media, la mostruosa amplificazione del banale" . Parole sottratte a George Steiner e scritte non per Venezia ma per le sue riflessioni sulla "lezione dei maestri" o su alcune fertili incertezze o su quel Silenzio che appartiene alla virtù e alla grazia della "poesia del non detto" e che così ci riporta a ciò che ora più ci interessa: la poesia mormorante di Andrea Zanzotto. Ovvero a quell'impiglio di tenerezze, trallallà e singhiozzi, sfinito nell'acqua "aàh Venezia aàh Venissa aàh Venùsia" . Allora, Zanzotto sì e altri no? Forse, ma come non ricordare l'inizio nella calle del "Mercante di Venezia", quando Antonio dice "la ragione per cui sono triste non so nemmeno dirla", ma ti viene di dirlo dopo aver letto un articolo intitolato "L'illusione che uccide Venezia". E l'illusione sarebbe quella vissuta dai veneziani residenti nella città antica, lontani dall'accettare che "il turismo non è problema, è un capitale da valorizzare" . Ma dai, sul serio? Poveri illusi restii ad ammettere che "senza turisti e i redditi che generano, oggi Venezia sarebbe una sorta di triste Pompei", con in più la disgrazia di essere "lasciata nelle mani di politici e burocrati" . Un ritornello questo della città nelle mani di politici, amministratori e burocrati ripreso più volte nell'ampia paginata sull'illusione assassina firmata da Carlo Lottieri. Chi ha "passato" il pezzo pubblicato dal Foglio sembra non essersi accorto di aver consentito a un aereoplanino di carta, in volo con lo stormo dell'anticasta e dell'antipolitica, di scaricare nel cielo di Venezia un messaggio incolto rispetto al passato, al presente e al futuro di Venezia, ma anche rispetto a quanto sono abituati a leggere sul quotidiano di Claudio Cerasa i più disincantati foglianti. Ma che fare per salvare Venezia dalla malefica illusione imposta da "un ceto politico" sostenuto da "una larga parte dell'opinione pubblica veneziana di destra e sinistra"? Sufficiente decidersi per "un biglietto d'accesso gravante su ogni visitatore" di Venezia centro storico e ove si adottasse "la tariffa ipotizzata dai Cinque stelle si possono ragionevolmente immaginare entrate complessive dell'ordine dei 5060 milioni di euro all'anno". Ancora: "Se tali entrate fossero destinate ai singoli veneziani ognuno potrebbe ricevere una somma dell'ordine di mille euro". Attenzione, perché c'è poco da ridere, sapendo che "a una famiglia di quattro persone andrebbe un contributo annuo, a compensazione dell'invasione turistica, di circa 4 mila euro" . E questa sarebbe la cifra sufficiente per "bloccare l'esodo" da Venezia e che potrebbe, addirittura, "invogliare qualche veneziano già trasferitosi a Mestre a fare marcia indietro"? Ma chi non dispone di una famiglia di quattro persone, mestrino a vita, o no? In realtà l'idea di fare dei cittadini, però rigorosamente veneziani del centro storico, dei cittadini assistiti è una soluzione socio-economica già applicata da molto tempo negli Usa. Infatti, a compensazione di quel che sappiamo, fu deciso di affidare agli indiani che vivevano e vivono nelle riserve gli incassi provenienti dai Casinò e dal gioco d'azzardo C'è forse bisogno di ricordare qual è o quale fu la condizione di vita nelle riserve indiane? Cacciare via dalla riserva veneziana lo stato, le amministrazioni pubbliche, dalla sanità alle università, dalla regione alla scuola, e finalmente puntare tutto su più turismo e libere professioni. Quali professioni? Quali opportunità lavorative sono state favorite dal turismo di massa? Soltanto lavori a basso reddito e a bassissima professionalità. Ma l'aereoplanino di carta, misteriosamente planato sul Foglio, una volta imboccata la pista dei "cittadini assistiti" vola in Alaska per farci sapere che gli abitanti di quel paese sono i comproprietari del petrolio di cui gestiscono la rendita. Dunque, "si potrebbero considerare i veneziani quali contitolari delle calli e dei campielli, operando di conseguenza una ridistribuzione delle risorse ottenute" (Sic! ! ! ). Della serie la calle è mia e me la gestisco io, un po' come per la salute dei propri figli nel caso dei vaccini. Peccato che nel 2015 ci sia stato il crollo del petrolio anche in Alaska e addio ai bei tempi in cui si poteva vivere nello "Stato dei fannulloni tenuto in piedi dall'assistenza pubblica" (dai commenti giornalistici usciti all'epoca). Come non bastasse il tema della riserva assistita, non mancano altre assurdità in un intervento assai poco fogliante. Per esempio lì dove si scrive "di quei borghesi veneziani intraprendenti e aperti al mondo, le cui virtù Carlo Goldoni esaltò nelle sue commedie" . Trabocchetti in cui si cade per incultura, dato che Goldoni si dedicò ai vizi, alle debolezze e fragilità sociali di una città non più serenissima e che spinse il commediografo sull'orlo di uno sgomento senza riconciliazione di fronte alla "fine della storia". Assurdità per assurdità, eccone un'altra: "Si dovrebbe avere il coraggio di privatizzare migliaia di alloggi pubblici, consegnandoli a chi se ne prenderà davvero cura, che si tratti degli attuali inquilini o di altri" . Già, di altri... può bastare. Anche perché i lettori di questo giornale conoscono bene cosa c'è dentro la complessità del vivere a Venezia (terraferma compresa), conoscono il dover subire i paradossi e le contraddizioni del turismo, conoscono i rischi e le dolorose "scomposizioni" individuali e collettive causate dal prevalere della monocultura turistica, che di per se è parassitaria. Nel senso che anche da morta Venezia, intesa come città, resta bellissima, non sempre, ma accade ancora e quindi può essere violentemente sfruttata. A chi sta dalla parte di una città "sregolata' così da essere meglio privatizzata e turisticizzata poco importa di cosa importa invece a quanto resta dei veneziani, non esclusi quelli della terraferma e dei litorali. E ciò che importa lo leggiamo nel libro di Carlo Rovelli "L'ordine del tempo": "Ogni momento della nostra esistenza è legato con un peculiare filo triplo al nostro passato-quello immediatamente precedente e quello più lontano-dalla memoria. Il nostro presente pullula di tracce del nostro passato. Noi siamo storie per noi stessi. Racconti". Racconti, che non vorremmo andassero dispersi per sempre
La Nuova Venezia
29 Agosto 2017
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Franco Miracco
La Nuova Venezia
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Bene culturale
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