SONO in tanti in queste ore al capezzale di Ischia ferita dal terremoto. Presenze fisiche provvidenziali: la protezione civile che organizza i soccorsi, i vigili del fuoco con la loro abnegazione e i loro miracoli, primo fra tutti il salvataggio dei tre fratellini tirati fuori incolumi dopo ore sotto le macerie. E poi voci soprattutto mediatiche: la politica, le istituzioni locali e nazionali, che manifestano solidarietà e garantiscono assistenza alle popolazioni colpite e che s'interrogano, insieme a tutta l'opinione pubblica, sul perché un terremoto di forza contenuta (intorno ai 4 gradi Richter) abbia potuto provocare conseguenze disastrose e sul nesso tra tali conseguenze e l'abusivismo edilizio che da sempre imperversa ad Ischia. L'isola flegrea, questo si sa, è una sorta di capitale nazionale del mattone illegale. I dati raccolti e diffusi da Legambiente, da trent'anni mobilitata contro il cemento abusivo, sono eloquenti: 600 case abusive già colpite da ordine definitivo di abbattimento e quasi tutte ancora in piedi, 27 mila domande di condono presentate in occasione delle tre grandi sanatorie edilizie (1985, 1994, 2003). Ora, abuso edilizio non è un'espressione astratta: nel caso di Ischia, isola con una storia di terremoti anche molto più intensi di quello del 21 agosto (la scossa che distrusse Casamicciola nel 1883 sfiorò i 6 gradi della scala Richter), significa centinaia di immobili costruiti dove per ragioni di rischio sismico e anche idrogeologico non si sarebbe dovuto costruire, e realizzati con tecniche e materiali scadenti. Dunque un problema immenso di sicurezza abitativa oltre che un danno insanabile al paesaggio e un business formidabile delle ecomafie, che vede Ischia come punta di un iceberg: la Campania che guida la classifica nazionale delle regioni più sfigurate dall'abusivismo edilizio (60 mila abusi solo negli ultimi dieci anni). Che vi sia un legame diretto tra questa totale anarchia urbanistica e gli effetti tanto devastanti di un sisma di per sé modesto, sembra evidente e molti testimoni autorevoli l'hanno denunciato in queste ore, a cominciare dal capo della Protezione Civile Angelo Borrelli. Non la pensano invece così i sindaci dei sei comuni ischitani, per i quali questo legame non esiste, e nemmeno il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca: «Bestialità collegare i crolli all'abusivismo », ha detto De Luca, aggiungendo poi che quanto è successo "«è colpa dell'ambientalismo che ferma tutto da 25 anni ». Le affermazioni dei sindaci di Ischia e di De Luca suonano grottesche ma non sono sorprendenti. I primi si battono da anni per ottenere la riapertura dei termini dell'ultimo condono edilizio: sono espressione più o meno consapevole di quel "patto scellerato" stretto in tanti altri territori del Mezzogiorno dalla politica locale di ogni colore con il "popolo degli abusivi" per ottenerne il consenso dando in cambio libertà di costruire senza regole. Quanto a De Luca, pochi mesi fa ha fatto approvare una legge regionale (192010) che sotto il pretesto del cosiddetto "abusivismo di necessità" mette in salvo dalle demolizioni migliaia di case sorte illegalmente. La legge, impugnata dal governo dopo un ricorso presentato dai Verdi, replica i contenuti di una norma nazionale, il disegno di legge Falanga, attualmente all'esame della Camera e anch'essa basata sulla distinzione tra abusivismo speculativo e "di necessità": ma di necessario, quando una casa è costruita illegalmente, vi è soltanto l'esigenza di demolirla, pure nell'interesse di chi la occupa. Da segnalare, tra l'altro, che la legge blocca- demolizioni campana ha avuto tra i suoi sostenitori il consigliere regionale Verde Francesco Borrelli, sconfessato sul punto dal suo partito: un caso mirabile di "gattopardismo" visto che lo stesso Borrelli rilascia in queste ore dichiarazioni indignate contro l'abusivismo edilizio e chi l'ha favorito. A Ischia, in Campania, in Italia in generale, si è fatto infinitamente meno del necessario e del possibile per prevenire tragedie come questa di Ischia. Oggi dare priorità assoluta alla messa in sicurezza dei territori rispetto ai rischi naturali terremoti, vulcani, frane, inondazioni -, dunque combattere senza tregua l'abusivismo edilizio, è il primo dovere di una politica responsabile: un dovere altrettanto urgente, per citare un esempio di stringente attualità, che difendere le nostre comunità dal rischio terrorismo, un dovere che spesso a quegli amministratori che lo compiono "con disciplina e con onore" come vuole la Costituzione caso più recente il sindaco di Licata - costa il posto. Una classe dirigente che agisce in direzione contraria è nemica dell'interesse generale: chi ne fa parte può tirare a campare grazie alla demagogia e al clientelismo, ma come classe dirigente è già morta.
la Repubblica
24 Agosto 2017
POLITICA COMPLICE DELL'ABUSIVISMO
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Roberto Della Seta
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