«Vi chiedo aiuto. Stanno distruggendo la mia città, e le autorità fanno finta di niente. Regole non ce ne sono più e il degrado ci sta travolgendo». Un appello disperato, quello di Ezio Toffolutti, classe 1944, scenografo e regista apprezzato in tutta Europa per i suoi allestimenti. Berlino, Parigi, Vienna, Monaco. Una carriera luminosa, che lui ha deciso di chiudere tornando dopo tanti anni ad abitare a Venezia, la sua città.Venezia è cambiata.«Venezia è la città ideale. Ma si prostituisce agli ecomostri e al turismo. È una città usata e incompresa. Cede alle grandi navi, che sono degli ecomostri, si concede a un turismo di bassa lega, si riempie, fino a scoppiare, di negozietti di cianfrusaglie e lascia chiudere le sue botteghe storiche. Io abito ai Tolentini: in fondamenta del Gaffaro i negozi tradizionali non ci sono più, ci sono botteghe gestite da bengalesi che vendono paccottiglia, con fari e luci al neon, alcol e musica ad alto volume fino alle due di notte. La porta di casa mia quasi non si vede più. Siamo assediati».Effetti del turismo di massa.«Quello non è più turismo. In qualche caso sono zombie che seguono le luci bianche, i fari. Ma non si accorgono che così l'estetica della città d'arte viene modificata in modo irreparabile».Il problema sono le bancarelle e i negozi di questo tipo?«Certo. Fuori da ogni regola e soprattutto da ogni tradizione. I vigili quando vengono dicono che non possono far nulla e che le multe questi non le pagano. Io dico cominciamo a mandare le multe ai proprietari veneziani del fondo e della licenza. Vedrete che qualcosa comincerà a cambiare».Intanto il degrado avanza.«Dalle pietre alle insegne alle botteghe storiche, stanno distruggendo tutto dove si può guadagnare velocemente con il turismo. La colpa non è del turista ma di chi lo permette, il Comune, la Soprintendenza, le autorità vigilanti».Pentito di essere tornato a Venezia?«Ho lavorato in tutti i teatri d'Europa per decenni, sono tornato quei perché questa città è unica, la patria della bellezza. Ma si sta consumando rapidamente. Il mondo non capisce perché noi non ci diamo delle regole. Ci vorrebbe uno Statuto speciale per cominciare a imporre delle cose che fermino questo degrado».Da dove cominciare?«Chi guadagna con i turisti va responsabilizzato in modo pesante. Non è concesso tutto per il guadagno. Ci vogliono regole e misure che consentano di salvare questa città fatta di storia e di pietre. Mettere un freno, prima che sia troppo tardi».È anche un problema culturale.«Certo, i divieti non possono bastare. Venezia è città "altra", dove anche chi viene a visitarla deve sentirsi altro. Abbiamo il dovere di tutelare anche chi viene qui a visitarla. Sollecitando la bellezza, valorizzando quello che solo a Venezia esiste, i suoni, la luce, l'acqua. Qui i sensi sono sollecitati in maniera unica: la luce che cambia nell'acqua, il rumore dei passi nel silenzio della sera».Invece?«Un pezzo alla volta, nell'indifferenza generale, questa città si sta consumando. Si privilegia il brutto, basta guadagnare. Io ho una barchetta: l'altro giorno ho incontrato un amico gondoliere e gli ho chiesto perché non aveva il riccio a poppa. L'alta marea, non passiamo sotto i ponti, mi ha risposto. Ma vi sembra normale? Una gondola, la barca più bella del mondo, castrata e senza un pezzo. Sarebbe come comprare una scarpa senza lacci o con un laccio solo».Non c'è speranza? «Dobbiamo raccogliere le energìe che ci restano e fare qualcosa, tutti insieme. Chiedere regole e rispetto per questa città irripetibile e bellissima. Se continua così sarà presto trasformata in una periferia sull'acqua. Travolta da luci al neon, plastiche e turisti».