Nelle prossime settimane si discuterà a lungo sull'opportunità o meno di edificare barriere, blocchi e aree di prefiltraggio. Alcuni, non senza ragione, sosterranno che simili «presenze» sono come dighe innalzate per proteggersi da uno tsunami: difendere alcune piccole pur se rilevanti aree urbane ne lascerà sguarnite altre nei centri storici e nelle periferie. E, tuttavia, le nostre paure quotidiane, legate ad attacchi terroristici ciechi e imprevedibili, esigono di essere ascoltate. E richiedono gesti la cui valenza sia soprattutto simbolica. È come se avessimo bisogno di sentirci difesi. Ma sappiamo che siamo esposti: nudi dinanzi a possibili atroci violenze. Dobbiamo prendere atto che la società in cui ci troviamo ad abitare, lungi dall'essere «liquida», appare ormai sempre più segnata dall'affiorare di ostacoli e posti di blocco: confini geopolitici e convenzionali, concreti e astratti, che contribuiscono a modificare le nostre identità individuali e collettive, divenute catalizzatori di attriti. Pur se effimeri, i «pilomat» che si vogliono predisporre presto segneranno inevitabilmente i nostri paesaggi urbani. Ne altereranno il profilo. E trasformeranno le nostre città in fortini in stato d'assedio. All'architettura e all'arte si chiede adesso di allearsi e condividere pratiche, intenzioni e strategie, per dar vita a interventi dal valore politico e, al tempo stesso, estetico. Immaginando in maniera diversa questi varchi. Riprogettandoli. Rendendo quei dissuasori meno oppressivi e respingenti. Provando, infine, ad attenuare quel senso del terrore che ci attanaglia. Architetti e artisti sono invitati a non affidarsi a proposte edonistiche e decorative. Ma a sperimentare soluzioni audaci e inattese, tese a saldare funzionalità e fantasia. Senza applicare format impersonali. Ma ricorrendo a diverse tipologie di «azioni», che tengano conto del contesto in cui vengono attuate. Senza trascurare il confronto con le comunità che risiedono nelle città. Due modelli antitetici potrebbero essere seguiti. Le architetture visionarie di Vito Acconci installate alle periferie del mondo. Gli esercizi di writers come Banksy, che deposita le sue iconografie in luoghi marginali e pericolosi del pianeta, che subiscono così una riestetizzazione. La speranza è che presto quei blocchi vengano rimossi o diventino porte aperte all'accoglienza del «diverso». Ma forse quel tempo non è vicino.