Il dibattito sull'autonomia siciliana, grazie anche ad alcuni interventi sulle colonne di questo giornale, ha assunto una maturità che fa ben sperare. Sfuggendo sia alla rivendicazione che al rimpianto, la sfida dell'autonomia responsabile è quella su cui in molti convergiamo, una visione dell'autonomia come frutto di un pensiero dinamico e creativo capace di sfuggire alla situazione di scacco in cui l'hanno relegata decenni di mistificazione. Ma come classe dirigente siciliana abbiamo l'onere di dimostrarlo. Dobbiamo far uscire la Sicilia sia dal cono d'ombra del pianto, che dai riflettori delle tifoserie, ridisegnando una politica di sviluppo che sia insieme efficace, senza aggravi per la finanza pubblica e generativa di nuove risorse, sfuggendo al ritorno ad un keynesismo perverso ed esercitando visione e progetto con responsabilità. Ma quali sono oggi le responsabilità per dare nuovo senso all'autonomia? Dove usare l'autonomia statutaria? Quali sono gli obiettivi strategici per migliorare diagnosi ed elaborare progetti e quali sono gli investimenti che dovranno alimentare un modello di sviluppo per un diverso presente? La prima responsabilità è l'educazione come azione integrata tra scuola, formazione professionale e università, capace di generare un dividendo sociale molto esteso ed elevato. Soprattutto l'università avrebbe vantaggio da una politica regionale adeguata. Non tanto sul versante della didattica, di diretta normazione statale. Ma la ricerca e i rapporti con il territorio richiedono un rapporto strategico con la Regione individuando obiettivi che alleino le discipline e potenziando laboratori, ma soprattutto facilitando il ruolo delle università come agenzie di sviluppo per gli enti locali. Obiettivo strategico è trasformare la Sicilia in una piattaforma di eccellenza per la formazione e la ricerca riattivando lo spirito di quel Mediterraneo dell'educazione che scaturì alla fine degli anni Novanta dalle "100 idee per lo sviluppo" di Ciampi. La seconda arena è quella delle connessioni materiali e immateriali e del ridisegno dell'armatura della mobilità e dell'accessibilità agganciando la Sicilia alle reti transnazionali che percorrono il Mediterraneo. Serve una combinazione di politiche ed interventi di scala locale, connessi a quelli di scala europea e mediterranea, capaci nell'insieme di rendere attraente la direttrice est-ovest dell'area meridionale dell'Europa. Alla Sicilia serve una poderosa "cura del ferro, dell'acqua e del silicio" che potenzi il trasporto ferroviario interno e quello tranviario o metropolitano nelle città, che faccia dei nuovi porti di sistema le porte dei flussi passeggeri e merci ma anche piastre logistiche e produttive per un mondo affamato di ripresa, infine che potenzi le connessioni digitali per rendere più intelligente il territorio. La terza è la responsabilità di un moderno sistema industriale per passare dalla presenza di singole unità produttive, fragili e in conflitto, ad una rete di distretti produttivi inseriti in un ambiente dinamico sostenuto dalla ricerca pubblica e privata, dalla formazione per tecnici e manager, da adeguate fiscalità e dal ritorno di un sistema finanziario in grado di sostenere l'imprenditore innovatore. La quarta responsabilità è quella delle energie rinnovabili, proponendo l'immagine di un Sud moderno ed innovatore e non solo terra di rapina energetica. In Sicilia il superamento della generation parity, consente ormai di generare energia dal sole a costi inferiori che bruciando gas o carbone, e anche senza incentivi si producono significativi margini di profitto. Serve quindi una strategia regionale di adattamento climatico che agevoli e premi imprenditori e cittadini. La quinta sfida riguarda le città, i beni culturali e il paesaggio, perché il recupero dell'identità urbana, l'incremento della seduzione dei nostri borghi rurali e lo sviluppo della creatività dei giovani sono le chiavi per il rilancio. Serve una nuova legge urbanistica e paesaggistica che incentivi l'alleanza tra patrimonio e creatività, in grado di favorire la conservazione, la coerenza d'insieme e la valorizzazione, e di invertire la tendenza all'abbandono, al degrado e alla distruzione dei territori interni. Infine l'ultima, ma la più importante, responsabilità è quella del Mediterraneo allargato e della formazione di un nuovo soggetto socio-culturale. Il Mediterraneo dei popoli e delle culture pretende dalla Sicilia, sua sineddoche, di farsi laboratorio di nuovo approccio che tenga conto delle differenze come risorse, che soprattutto favorisca l'incontro delle culture attraverso la comprensione, lo scambio per realizzare integrazione e soprattutto modelli di vera interculturalità. Le responsabilità che ho brevemente tracciato sono tutte attraversate da una costante: il rafforzamento del capitale sociale: umano, intellettuale, cognitivo, creativo e politico. Occorre sostituire il perverso capitalismo politico fondato sull'accumulazione di clientelismo e assistenzialismo con il capitalismo sociale fondato sulla produzione di equità, qualità e progettualità. E la sfida dovrà essere interpretata da una classe dirigente che sappia essere generatrice di visioni, attuatrice di progetti e tessitrice di reti ampie. «Ci vogliono: uomini, tempo, organizzazione, tecnicità, mezzi adeguati, perseveranza. () Siamo denigratori di noi stessi; svalutiamo il bene che invidiamo; ignoriamo quello che sanno fare gli altri, perché riesce rimprovero alla nostra incapacità di volere », scriveva Luigi Sturzo nel suo Appello ai Siciliani del 1919. Dopo 97 anni abbiamo l'obbligo di rispondere all'appello.