DAL parco regionale di Colle Bartolo, nelle Marche, alla riserva naturale dello Zingaro, in Sicilia, passando per i parchi nazionali del centro-sud, questa estate le fiamme hanno devastato in maniera gravissima le nostre aree naturali protette (o forse sarebbe meglio dire ex aree naturali protette) e in molti hanno pensato ad una sorta di strategia criminale nei loro confronti. Se si leggono però le motivazioni di chi ha acceso i roghi ci si accorge che queste non hanno nulla a che vedere con la tesi del "disegno strategico". Sono degli squilibrati, campeggiatori e amanti del barbecue indisciplinati, balordi che smaltiscono abusivamente rifiuti, pastori, pseudo volontari, agricoltori imprudenti, eccetera. Eppure una "strategia" contro le aree naturali protette nel nostro paese c'è, ma viene da lontano nel tempo. I roghi di questa estate l'hanno messa in evidenza. È iniziata all'indomani dell'andata via di Edo Ronchi dal ministero dell'Ambiente. Lui i parchi li ha voluti con determinazione e si adoperava per avere le risorse necessarie. Nominava presidenti competenti insensibile alle esigenze clientelari. Dopo di lui è iniziata una lenta ed inesorabile agonia. L'avvio del processo di demolizione del sistema delle aree protette si è avuto con l'avvento del ventennio berlusconiano e la nomina di un ministro dell'Ambiente, insignito del Premio Attila dal Wwf Italia, che non aveva mai nascosto la sua contrarietà ai parchi. Le intenzioni erano chiare: non si possono abrogare i parchi perché è complesso sul piano istituzionale e perché non sarebbe gradito dall'opinione pubblica, ma si possono indebolire in modo che non possano più nuocere ai portatori di interessi contrari: costruttori, cacciatori, eccetera. Da allora i parchi, ministro dopo ministro, si sono visti ridurre le risorse in maniera costante, senza soluzione di continuità. Alla presidenza degli enti sono state nominate persone estranee alla cultura e alla sensibilità naturalistica se non addirittura contrarie alla istituzione stessa dell'area protetta. Nei parchi si è ripreso a costruire strade e villaggi vacanze, tagliare boschi, sparare, non si fa più conservazione della natura ma si moltiplicano le sagre e perfino le gare di rally. Eccola allora la strategia compiuta. I parchi messi in condizione di non operare secondo il dettame della legge 394 che, in linea con le convenzioni internazionali a cui il nostro paese aderisce, pone la conservazione della natura e dei cicli biogeochimici al primo punto delle finalità di un'area naturale protetta. Nei nostri parchi sono presenti la gran parte delle sorgenti di acqua potabile, è concentrata la biodiversità più ricca d'Europa, sono collocate le distese forestali che mantengono in equilibrio i suoli e forniscono diversi servizi ecosistemici: assorbimento di CO2, produzione di ossigeno, umidificazione dell'aria, eccetera. Un parco non deve essere un'agenzia di sviluppo, come troppe volte abbiamo sentito dire. Un parco deve essere un luogo in cui si fa conservazione della natura. Se un parco opera bene in questo campo, gli enti locali e i privati potranno realizzare attività economiche che traggano vantaggio dall'esistenza dell'area protetta. Concetti lontani mille miglia dalle intenzioni del legislatore che ha scritto la nuova legge sui parchi, attualmente in commissione ambiente del Senato. Una legge che dà più potere alle amministrazioni locali prive di competenze tecniche e che non hanno mai brillato per azioni di conservazione della natura, sancisce che i presidenti degli enti parco non debbano necessariamente capirne di natura e ambiente. All'articolo13, sui piani di gestione, si dice che gli unici piani di gestione della fauna che si possano fare in un parco sono quelle degli abbattimenti. Se un ente parco volesse operare un piano di gestione, ad esempio, sui livelli idrici di una palude per favorire la nidificazione dei fenicotteri non potrebbe farlo, potrebbe solo fare un piano di gestione per il loro abbattimento! Un insieme di norme che fanno capire quanto siano ignoranti sui temi della conservazione chi l'abbia scritta e chi l'abbia votata. Pur avendo constatato la differenza di gestione di musei ed aree archeologiche con la nomina di persone competenti, si continua invece a nominare incompetenti a gestire i parchi naturali, oltre che a legiferare su di essi senza consultare tecnici. Eppure sono decine ormai gli insegnamenti di conservazione della natura e gestione delle aree naturali protette attivi nei nostri atenei. Eccola la strategia contro i parchi, eccoli i veri colpevoli. Coloro che li hanno abbandonati, li hanno svenduti ai politicanti delle clientele, agli amministratori dalle licenze facili. I parchi italiani oggi non necessitano di una nuova legge, necessitano di risorse economiche adeguate, di dirigenti preparati e competenti e di personale. Come può un ente parco gestire e conservare se ha solo poco personale chiuso negli uffici e pochissime risorse finanziarie? Ci vorrebbero invece centinaia di assunzioni di giovani preparati e motivati che vadano a costituire squadre di operai che lavorino sul territorio, in modo da poter rimuovere un albero caduto lungo un sentiero, sostituire una tabella rotta, soccorrere un animale ferito, realizzare un recinto, pulire i sentieri dai rifiuti lasciati dagli escursionisti. Squadre di operai alle dipendenze dell'ente parco che costerebbero alla collettività un'inezia rispetto a quanto si è speso solo quest'anno per gli incendi e a quanto spenderemo per il dissesto idrogeologico e le bonifiche delle zone incendiate. Non solo, un parco ben gestito e tutelato attira visitatori colti e benestanti da tutto il mondo e attiva un indotto notevole per le popolazioni delle zone interne. Perché non si fa? Perché chi dovrebbe farlo ignora tutto ciò, non sa nulla di gestione dei parchi naturali e in alcuni casi è espressione di quelle categorie che non vogliono vincoli. E allora non meravigliamoci degli incendi devastanti di quest'anno, non facciamo illazioni. La responsabilità sta in capo a chi, in questi anni, li ha lasciati nell'incuria, nell'indigenza e nelle mani di incompetenti. L'autore è ex presidente del Parco nazionale del Vesuvio e vicepresidente di Federparchi