GENTILE REDAZIONE, vi scrive un pensionato felice che sta trascorrendo un bellissimo mese di agosto in città, scoprendo angoli della sua Torino che non conosceva. E non è affatto una città deserta, anche se troppi negozi sono chiusi: ma tutto sommato ne abbiamo un'esagerazione, possiamo pure farne un po' a meno per qualche giorno. In particolare, è una delizia visitare i musei quando la città è in vacanza, è bello farlo senza fretta e senza ansia. A ferragosto sono stato con la mia famiglia alla Reggia di Venaria, la nostra Versailles: uno spettacolo unico. Ho visto un sacco di bambini, tra l'altro. Bellissimo tutto, i fiori specialmente, ma che incanto quelle donne della Belle Epoque ritratte dal pittore Boldini! Da lasciarci il cuore! Aldo Natta (Torino) CARO SIGNOR ALDO, la fila delle persone in attesa di entrare in un museo è sempre un indicatore di civiltà, non solo un segno culturale ma una sottolineatura sociale. Vederne tante in coda nello splendido viale che porta alla Reggia di Venaria, sotto il sole di agosto, conferma che non tutto è perduto anche in questi tempi incerti, non poco immiseriti e feroci. I numeri confortano più di ogni ragionamento: oltre 53 mila visitatori sono stati alla Reggia a partire dal weekend di ferragosto, come se un'intera cittadina di 10 mila abitanti si spostasse ogni giorno e andasse a Venaria. La mostra su Giovanni Boldini è una delle cinque più viste in Italia in questi giorni, con oltre 8 mila presenze. E tra un Bucintoro dei Savoia e una serata d'estate nei giardini, la Reggia offre cose sempre diverse: ma volendo restare al classico, cioè decidendo di visitare o rivedere "lei" e basta, c'è comunque da rifarsi gli occhi. Chi ricorda com'era ridotto questo luogo una ventina d'anni fa, quando lo usavano come deposito militare e magazzino semi abbandonato, può pensare al miracolo. E va reso merito a Walter Veltroni, allora ministro della cultura, per l'idea di far rinascere la Reggia di Venaria con i soldi del Lotto. Sembra ieri, invece sono già dieci anni da quando Torino e l'Italia hanno riacquisito un luogo meraviglioso. Dieci anni di mostre, restauri, crescita, innovazione, dieci anni di visite guidate per i bambini e gli studenti, dieci anni di serate piacevolissime, concerti e spettacoli. Ora, però, guai mollare. È palese che tagliare fondi alla cultura è il primo passo per tornare indietro di un secolo, precipitando all'epoca in cui Torino non aveva un turista nemmeno a pagarlo, a parte quelli che guardavano vecchissime mummie dentro un museo quasi decrepito quanto loro, e invece adesso l'Egizio tutto nuovo è all'avanguardia nel mondo. Quant'è lontana la città che, oltre la cinta daziaria, era considerata solo piena di nebbia e automobili, tutt'al più di ottimi giocatori di pallone. La Torino "fredda" e "chiusa", razzista e inospitale. L'ultimo decennio, che coincide con la rinascita della Reggia e con l'esperienza olimpica, ha visto al contrario affermarsi un'immagine di cultura e turismo da grande metropoli delle idee. Non dovrebbe essere difficile proseguire nella virtuosa scia; ma se si comincia a tagliare contributi e non crederci, se la cultura diventa una delle tante possibilità di cui fare eventualmente a meno, la preistoria di Torino è dietro l'angolo. Può arrivare di brutto, a colpi di clava. MAURIZIO CROSETTI m.crosettirepubblica.it