AVETE sicuramente presente i nostri Forti sulle alture di Genova. Bene, la cittadella di Enisala, situata su una collina calcarea, poteva ospitare fino a 200-300 militari, una guarnigione completa. Più avanti nel tempo, negli anni 1419-1420, la Dobrogea fu infine conquistata dagli ottomani. Qui ritrovo invece la "mia" Turchia, e il nome di Eraclea muta così in Enisala, cioè "Nuovo villaggio", come tanti dei nomi rimasti in zona, il capoluogo Babadag, la cittadina di Agighiol, il monastero di Celic Dere. I primi scavi archeologici avviati nel 1939, e quelli continuati negli anni '60 e '70, confermarono la costruzione da parte dei Genovesi. Oggi, anche se restaurata solo parzialmente, la fortezza viene ammirata ogni anno da decine di migliaia di turisti, e risulta il luogo storico più visitato dell'area dall'Istituto di Ricerche Ecomuseali di Tulcea. Arrivando al termine del mio tragitto nella "romana" Costanza, dove la piazza centrale è dedicata al poeta latino Ovidio che qui fu esiliato, sulla passeggiata davanti al vecchio Casinò svetta il Farul Genovez, il Faro Genovese, in funzione fino al dicembre 1913. Lo storico Ion Ionescu de la Brad scrive che quando Costanza nel Quattrocento venne conquistata dai Turchi, addirittura un quarto della sua popolazione era di origine genovese. Sorpresi? Io parecchio. Sappiamo tutti della potenza e della forza della Superba, da Cipro alla Crimea, e che durante il periodo di massima espansione della Repubblica di Genova fra il Duecento e il Quattrocento i nostri avi crearono colonie e porti nel Mar Nero settentrionale e in Bessarabia. Li occupavano, ma mai con la forza, piuttosto acquistandoli dalle popolazioni locali come "concessioni" per scopi commerciali. Ma certo non ti aspetti di sentirne celebrare le vestigia sul muro di un piccolo museo, in una cittadella appollaiata su una rocca di una lontana regione romena quasi al confine con l'Ucraina, e però ti scuote quando da lassù capisci quanta porzione di Mar Nero puoi controllare davanti a te. E nulla vale più che scuotersi dal torpore di un presente sicuramente diverso, forse meno nobile, ma non meno privo di opportunità e proiezioni nel mondo, pur con modalità diverse, come è quello che abbiamo davanti nella nostra Genova contemporanea.