C'è una strategia, dietro la follia. Il Trump disperato, vanesio, solo e furioso di questi tempi sa di non avere nulla da perdere e qualche cosa da guadagnare cavalcando quei destrieri di bronzo che ricordano all'America la Guerra civile e coltivano, pur coperti ormai dallo sterco della storia e dei piccioni, il sogno di un ritorno ai tempi della Grande America. Quando le vittime, neri e stranieri, potevano essere impunemente impiccati e linciati, costruendo monumenti ai loro carnefici. GLI SPETTRI INQUIETI della Guerra civile americana tornano a cavalcare nel rancore di una storia infinita e mai risolta. Disarcionati dai loro cavalli di bronzo, strappati con le gru ai piedestalli della venerazione da ultime ore di Atlanta che brucia in Via col Vento, gli eroi della Confederazione e della secessione schiavista galoppano, frustati da un Donald Trump che sta rischiando la presidenza e la dignità civile dell'America sulla difesa dell'orgoglio sudista. È così «foolish», sciocco, e così «sad», triste, «lacerare la storia e la cultura della nostra nazione per rimuovere le nostre belle statue e i nostri monumenti», twitta a raffica e a puntate il presidente nel mattino di ieri dal suo golf club nel New Jersey, ben lontano dal cratere aperto dal ritorno del KKK e dei neonazi, ancora furente, esasperato dalle critiche. È "un leone in gabbia", lo descrivono i suoi inquieti domatori alla Casa Bianca, per le reazioni alla scomposta conferenza stampa dopo la marcia di Charlottsville e il plauso della Alt-right, della destra più idrofoba. Scoppia la Guerra civile dei monumenti e se i cavalli, i generali e i cannoni di bronzo disseminati a migliaia fra il Maryland e il Golfo del Messico 500 monumenti, 1.500 fra placche e bassorilievi commemorativi non uccidono nessuno, gli umori e rancori che quegli eroi immobili riesumano agitano il fondo limaccioso della coscienza nazionale mai sedimentata. Nella sua frustrazione di presidente che non ha mantenuto in sette mesi nessuna delle promesse fatte da candidato, nell'impotenza di un capo di governo paralizzato dalla propria impulsiva incoerenza e da un Parlamento che lo sta incistando, Trump cerca di uscire dalla gabbia facendo appello alle pulsioni più torbide del proprio elettorato, al nocciolo più tossico dell'America Dimenticata. Quella che vede in ebrei, neri, immigrati e nei media falsi la causa della propria marginalizzazione. Trump, figlio del privilegio bianco, rampollo ereditario di palazzinari di Queens e del New Jersey, è quanto di più lontano si possa immaginare, per storia, educazione nei college della Ivy League e per formazione personale, dai "good ole boys", dai bravi ragazzi bianchi del Sud che coltivano il sogno della rivincita contro l'America nera. I boia chi molla, spesso veterani e reduci, che sfogano la propria passione politicamente scorretta nel culto dei generalissimi Confederati, il sommo Robert E Lee, Thomas "Stonewall" Jackson, P.G.T. Beauregard, il generale che inflisse agli Yankee, agli odiati nordisti, la sanguinosa batosta nella battaglia di Manassas, oggi sobborgo della capitale Washington. Ma nella sua nuova "Strategia del Sud" per mantenere intatto almeno il nucleo più arcigno del proprio vacillante consenso sceso al 35, Trump, il sempre grande venditore, ha intuito che in quei monumenti, odiosi per quello che celebrano, c'è quello che rimane di una parte della "identità" sudista. Tutti gli Stati più poveri e arretrati degli Usa sono nel Sud, l'Arkansas, il Mississippi, il Delta della Louisiana, l'Alabama, il Kentucky, dove massima è la concentrazione di revanscismo antinordista e ancora è facile avvistare lungo le strade cartelli che ineggiano alla caccia ai "coons", ai procioni, slang per i neri, ed essere sorpassati da pickup con la bandiera di Sant'Andrea, il vessilo dei ribelli e la rastrelliera per il fucile nel lunotto. Quei guerrieri a cavallo, quei generali sui piedestalli, che ora Trump difende come «oggetti storici» e innocenti «ornamenti» di piazze e guardini, paragonando i padri fondatori degli Stati Uniti, Washington e Jefferson, con i secessionisti che gli Stati Uniti avrebbero voluto disunire, sono spesso tutto quello che resta, insieme con la cristianità più esaltata, per definire l'identità dei bianchi emarginati nel Sud. Infatti, dalle voci di condanna che si alzano, seppur non altissime, da senatori repubblicani come Lindsey Graham della South Caroline, John Mc-Cain, lontano a battersi contro il cancro al cervello, Jeff Flake dell'Arizona, dagli editoriali indignati e dalla diserzione di tutti i maggiori capitani d'industria, manca la voce del Concilio delle Chiese evangeliche, per ora silenziose. Si dice che la Casa Bianca, il circolo dei collaboratori più stretti, fra i quali americani ebrei in posizioni importanti, e lo stesso genero Jared Kushner, siano «sconvolti» da questo giustificazionismo del capo di fronte a cortei che intonavano slogan nazisti come «Terra e Sangue» e gridavano che «ebrei e negri non prenderanno il nostro posto». Ma sconvolgimento e indignazione o sbigottimento, come quello del capo gabinetto John Kelly mentre ascoltava Trump sbroccare, non hanno portato a dimissioni. Sindaci di città, come Baltimora, rimuovono in fretta, a volte in piena notte, i monumenti, prima che i violenti «clown» della destra neonazi e klanista, come li ha chiamati il Rasputin della Casa Bianca, Steve Bannon, organizzino marce e scatenino la reazione dei resistenti raccolti nell'"Antifa", l'ombrello degli antifascisti.