Ferragosto a Firenze. Daniela Lippi non è andata in vacanza. Ha preferito restare qui, vicino al suo quadro, quasi un figlio. Niente mare, niente spiaggia. «Troppa ansia, troppa responsabilità». E allora meglio lavorare, dentro questo laboratorio nel cuore dell'Oltrarno. Cinquanta metri quadrati di arte e storia: pennelli, cavalletti, spatole, cornici, righelli, pinze, matite, bisturi, tempere, colori, vernici. E poi quadri, tanti quadri da restaurare, opere d'arte a cui ridare vita nuova. È quasi un parto, ogni volta che un quadro rinasce. E lei, che restaura con meticolosa pazienza, diventa quasi una madre. Ecco il quadro da accudire, come fosse un bambino, da restaurare passo dopo passo. Eccolo in piedi sul cavalletto, poco distante dalla finestra, illuminato lateralmente dalla luce del sole. Un quadro sfregiato, sventrato, quasi distrutto. Ecco I giocatori di carte , il capolavoro di Bartolomeo Manfredi risalente al Seicento e flagellato dalla bomba dei Georgofili. Dopo ventiquattro anni nel deposito degli Uffizi, il quadro, irriconoscibile, è uscito per la prima volta dal museo fiorentino per arrivare qui, in quella che per un anno sarà la sua nuova dimora. Daniela Lippi ha iniziato il restauro. Dieci ore al giorno seduta accanto al dipinto, gli attrezzi del mestiere tutt'intorno, il computer con la mappatura scansionata dell'opera. Un'operazione chirurgica, lenta e scrupolosa, frutto del progetto lanciato da Corriere Fiorentino , Gallerie degli Uffizi e Banca Federico Del Vecchio, un crowdfunding per il recupero del dipinto ferito dalla mafia. Chiunque può contribuire, con la cifra che desidera, donando all'Iban IT57 T032 5302 8010 0000 0123 456 sul conto intestato a «Comitato restauro del dipinto i giocatori di carte». Una missione quasi impossibile, però simbolica. «Cultura contro terrore. Una partita da vincere», questo il nome del progetto. Daniela ci crede. Per lei è una grande responsabilità, ma anche un'incredibile opportunità. Lavora a pieno regime, nonostante l'estate. Fa fresco in questo laboratorio. Lei indossa la visiera con lente d'ingrandimento. Analizza attentamente gli oltre 300 frammenti della tela, ognuno dei quali dovrà tornare al proprio posto. Ogni frammento è diventato un numero. A64 è un frammento di 5 centimetri, corrisponde al polso di uno dei personaggi del quadro. A 24 è la bocca, A49 il collo. È un labirinto di cifre e pennellate. Ma lei si districa perfettamente. Spolvera i frammenti uno a uno, utilizza un bastoncino alla cui estremità c'è un pezzettino di cotone inumidito con essenza di petrolio e una piccola percentuale di acetone. Dopo la spolveratura, i frammenti sono più nitidi, più lucidi. È un passaggio delicato, rischioso. Eppure bellissimo, dice Daniela. «È un'emozione indescrivibile mettere le mani su un dipinto realizzato centinaia di anni fa. Si trovano le impronte del pittore, i peli degli antichi pennelli». Quasi una simbiosi estatica, un dialogo intimo con Bartolomeo Manfredi, a 400 anni di distanza. Un tuffo nella storia, un lavoro minuzioso. Tra queste mura, tutto scorre lento. Si riscopre il valore del silenzio, l'importanza dei dettagli. «Il sogno più grande di ogni restauratore è viaggiare nel tempo attraverso i dettagli delle opere d'arte, osservare la tela da vicino e catapultarsi nell'epoca e nel laboratorio in cui è stato dipinto». In fondo, questo laboratorio è come una macchina del tempo che trasporta nella storia, un luogo isolato dal traffico e dal turismo di massa che risuona fuori, sulle strade dell'Oltrarno. C'è una dimensione parallela, dove lo spazio e il tempo sembrano immobili. «Mentre sollevo i frammenti con la spatola, penso a quello che faceva Bartolomeo Manfredi 400 anni fa». La responsabilità è grande: «Però è stimolante, è una battaglia da vincere in ricordo delle vittime della strage dei Georgofili». Mentre restaura, Daniela pensa anche a loro: Fabrizio Nencioni, Angela Fiume, Nadia Nencioni, Caterina Nencioni, Dario Capolicchio. Impressi nella mente i loro nomi, uomini, donne e neonati uccisi dalla mafia, da quell'ordigno che sconvolse Firenze. Questo restauro è un omaggio alla loro memoria. L'impresa è ardua, il lavoro ancora lunghissimo. Dopo la catalogazione di tutti i frammenti, entro fine agosto, partirà la rimozione della carta velina dalla tela, che venne messa a protezione del quadro dopo l'attentato. Poi, quando sarà inverno, partirà la posa dei frammenti sulla tela. Passerà Natale, poi Capodanno. arriverà primavera. E il quadro, lentamente, comincerà a prendere forma. Giorno dopo giorno, crescerà nel grembo di questo laboratorio, le sue ferite saranno rimarginate. E poi, quando tutto il puzzle sarà ricomposto, potrà camminare sulle proprie gambe. E tornerà agli Uffizi, come un figlio ritrovato, dove potrà essere ammirato da tutto il mondo.
Corriere della Sera
18 Agosto 2017
Firenze, Uffizi. La mia estate con Manfredi
JA
Jacopo Storni
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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