Segretari generalidi Cgil, Cisl e Uil di Napoli Caro direttore, in questi giorni, a proposito di Bagnoli, abbiamo assistito sul Corriere del Mezzogiorno a varie sollecitazioni a focalizzare l'attenzione sulle ricadute occupazionali che l'intesa potrà avere. Già nel recente passato abbiamo più volte sottolineato che, nella realizzazione dell'intesa, occorrerà evidenziare la valutazione degli impatti occupazionali fra le variabili prioritarie da considerare nella scelta; in primo luogo, fra le diverse opzioni che l'intesa lascia ancora aperte, sarà necessario non considerare terziario e turismo come uniche attività scollegate dalle attività di ricerca, sviluppo, innovazione (a partire dalla Città della Scienza) e da quelle attività produttive ambientalmente compatibili. Detto ciò, vorremmo però approfittare di questa rinnovata attenzione al tema dell'occupazione per alcune considerazioni di carattere più ampio. Per noi sarebbe facile evidenziare come troppo spesso non ci sia stata analoga attenzione nell'affrontare i tanti drammi che in questi anni di crisi hanno eroso oltre un terzo delle nostra base produttiva o nel denunciare i limiti dell'attuale sistema di protezioni sociali. Il punto è che, di fronte ai danni prodotti in questi anni, le risposte che potranno venire dalla realizzazione del piano di Bagnoli da sole non bastano e obbligano tutti noi a considerare necessariamente quelle soluzioni come parte di un progetto complessivo di sviluppo della città metropolitana, essenziale per tutto il Mezzogiorno, un progetto di cui si possono intravvedere i singoli elementi, ma di cui ancora manca il disegno. Da qualche tempo assistiamo ad un certo ottimismo sul futuro dell'area Metropolitana e, più in generale, del Mezzogiorno . Se è vero che il Pil cresce più che quello di altre aree territoriali, è altrettanto vero che le distanze in termini relativi fra Mezzogiorno e resto del Paese dal 2007 ad oggi sono aumentate. Ma, oltre ad un problema di velocità relativa della crescita del Pil, quello che appare evidente è la crescita delle diseguaglianze come conseguenza dell'aumento in termini assoluti e relativi della esclusione sociale, della povertà, della disoccupazione giovanile. Non sono discorsi teorici, ma, su scala nazionale, chiamano in causa scelte precise in termini di misure che ne conseguono. In primo luogo la necessità di ricondurre i trasferimenti correnti per la spesa sociale e sanitaria, per l'istruzione e i trasporti ad un corretto rapporto con la popolazione e con i suoi bisogni reali, di concorrere a liberare la sanità dalla cappa della corruzione che si annida nel sistema degli appalti nati da politiche insensate di blocchi di assunzioni e conseguenti esternalizzazioni, di garantire al lavoro tutele e diritti contrastando la precarietà. Ma anche sul piano degli interventi straordinari occorre prendere atto che le politiche di solo trasferimento di risorse alle imprese, sotto forma di incentivi diretti e di decontribuzione sui nuovi assunti, sono utili ma di per sé insufficienti a dare strutturalità allo sviluppo. A Napoli questo è ancor più vero perché oggi questa città e la sua area metropolitana sono di fronte ad un bivio e non possono permettersi di prendere le strade sbagliate. La strada delle opportunità va colta, quella dei rischi evitata. Fra i molti rischi da evitare vogliamo evidenziarne due: è la mancata collaborazione istituzionale e l'idea di una autosufficienza delle istituzioni stesse che esclude la partecipazione della società civile e di tutti i soggetti che la rappresentano. Le opportunità da cogliere sono invece diverse. La prima riguarda la necessità di definire un progetto organico di sviluppo dell'area Metropolitana. Il ritardo nella definizione di un Piano di sviluppo territoriale e l'assenza di ogni confronto e discussione in merito non è più accettabile. Tale discussione va avviata ma va accompagnata dall'apertura di un confronto istituzionale serio con la Regione teso a definire un chiaro progetto di devoluzione di poteri nel quadro degli indirizzi di programmazione che restano in capo alla Regione, soprattutto in materia urbanistica, di Tpl, di servizi sociali, di gestione del ciclo delle acque e dei rifiuti. La dimensione metropolitana è infatti la dimensione di scala ottimale non solo per definire servizi efficaci ai cittadini, ma anche per restituire efficienza ed economicità di gestione ad aziende pubbliche altrimenti destinate ad un incerto futuro. La stessa soluzione delle emergenze, se bene affrontata, deve essere una opportunità da cogliere: a) la grave crisi dei servizi sociali è determinata non solo da un problema di risorse, ma anche da modelli gestionali sbagliati. Occorre subito ridiscutere le regole degli affidamenti e accreditamenti e superare il sistema della compartecipazione che è iniquo e da certezze e vantaggi solo alle imprese. b) La crisi, finanziaria e gestionale dei servizi diretti dell'Amministrazione comunale è palese. Occorre un piano di profonda riorganizzazione dei servizi centrali e delle municipalità che sia incardinato su decentramento e servizi di prossimità. Su questo vogliamo misurarci in un confronto formale e trasparente, sottratto alle logiche asimmetriche con le quali si sono spesso gestite confronti e relazioni sindacali. Dopo il giro di nomine ai vertici delle aziende, non è ancora chiaro il progetto di riorganizzazione complessivo della holding e la sua funzione nella creazione della necessaria economia di scala. c) Non è chiaro come il Comune intenda affrontare il tema della riscossione che resta il vero punto critico del piano di risanamento di bilancio. d) Per la crisi di Anm non discutiamo la necessità di un intervento deciso né la sua entità economica complessiva, non discutiamo la assoluta necessità di garantire la proprietà dell'azienda al 100 in mano pubblica. Discutiamo invece l'assenza di chiare prospettive strategiche per il futuro del trasporto pubblico a Napoli che quel piano evidenzia; un piano che, in sintesi, è più un piano finanziario che un piano industriale. Il conflitto istituzionale non porta a nulla. Non è pensabile che la Regione non assuma la centralità strategica di Napoli in tutte le sue scelte, a partire da quella che riguarda il futuro di un azienda come Anm. Così come non sono accettabili i ritardi nella definizione di un ruolo e di una azione più incisiva della Città Metropolitana su tematiche decisive per i cittadini a partire dai trasporti. Piuttosto che rivendicare interventi ulteriori da una parte o sbandierare finanziamenti già erogati dall'altra, si definisca un diverso un vero e reale progetto di trasporto pubblico locale su scala metropolitana, integrato con il sistema regionale. Sul piano degli investimenti le opportunità sono evidenti ma occorre mettere a sistema il complesso degli interventi che oggi sono attivabili: Bagnoli, Napoli Est, Piano Periferie, valorizzazione del Centro Storico, Patto per Napoli e la Campania, Piano portuale, Zes, sono i punti di un disegno che per essere leggibile va collegato e, ancor prima, pensato. È in ragione di quel disegno che dovranno essere orientate le conseguenti scelte di merito su ciascun punto. E qui si pone la madre di tutte le questioni. Chi dovrebbe assumere tale ruolo di raccordo e di coordinamento se non la Città Metropolitana? Ma purtroppo ad oggi, anche per limiti oggettivi della riforma che la ha istituita, essa è la vera grande assente di questa partita. È ora invece che scenda in campo per definire formalmente un organico e coordinato progetto di crescita dell'intera area Metropolitana.